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Il Legame, l’orco e il contenitore

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale, Attilio Gardino, psicoterapeuta, analista bioenergetico, propone questo articolo sulle paure e le figure che le rappresentano nel nostro immaginario

Di seguito il testo dell’articolo:

Il Legame, l’orco e il contenitore

di  Attilio Gardino

Per ciascuno il proprio destino è il suo carattere

(Eraclito)

La paura è un’emozione importante che salvaguarda la vita, ma, quando non è collegabile ad un evento esterno che la giustifichi, che dia senso al suo manifestarsi, genera l’angoscia, l’ansia, il panico, cioè emozioni corruttrici del piacere di vivere. Tali emozioni sembrano non avere un’origine significativa o un bersaglio ragionevole verso cui orientarsi: si muovono attraversando la nostra psiche e il nostro corpo, senza poter essere indirizzate o racchiuse immediatamente in un contenitore di senso. Questo scomodo fenomeno, che caratterizza gran parte dell’umanità, è stato gestito storicamente attraverso la creazione di figure e di luoghi contenitore, che potessero trattenere e dar forma a tutto ciò, permettendo la messa in campo di “adeguate” protezioni

L’orco, i fantasmi, il diavolo, i demoni, l’uomo nero, il lupo cattivo e il sacro1 sono personaggi, spazi, entità, creati al fine di poter gestire quello che prima sembrava non poter essere controllato.

Sono figure in parte antropomorfe partorite dall’uomo, dotate di una loro autonomia, portatrici di un danno specifico e terrificante che rispecchiano esattamente il sentire umano. Sono state coniate per dare una fisionomia e un recinto sicuro a ciò che proviamo, senza di loro non avremmo la possibilità di nominare, né di controllare, né di espellere dalla vita di tutti i giorni questi stati d’animo. Sono parole che evocano luoghi avvolti dal mistero e ben riconoscibili, dove queste entità, questi stati d’animo dimorano: boschi, anfratti, cantine, solai, parti del corpo, case disabitate, luoghi del sacro. Sono contenitori che accolgono, separando, il quotidiano da questi stati emozionali indifferenziati fra paura e desiderio. Questa modalità di “separazione”, abbondantemente collaudata nel tempo, è volta ad imprigionare e confinare sensazioni, emozioni innominabili e conseguentemente inspiegabili.

Così nascono i racconti delle paure indicibili e incomprensibili, che si articolano nelle metafore della fame divoratrice (orco, lupo), della sessualità corruttrice (diavolo, satana, demoni), della separazione mortifera (uomo nero, donna con la falce, fantasma), del panico2 per l’ignoto e l’immenso (il sacro). Lo spostamento di senso, proprio della metafora, rende comprensibile ciò che prima non lo era e nominabile ciò che prima rimaneva privo di parole. Il timore di essere divorato o di divorare acquista diritto di senso se si suppone possa esistere un uomo dotato di una grossa testa in grado di nutrirsi di bambini. L’immensità irrappresentabile dell’universo in cui siamo immersi genererebbe il terrore dello smarrimento, la vertigine del vuoto se non subentrasse il sacro a contenerla con i sui racconti, con le sue metafore, con i suoi luoghi e con i suoi addetti. La metafora è lo strumento aureo che alimenta i nostri processi di comprensione e di individuazione di senso. Com-prendere (prendere-con) permette il superamento dell’impotenza e l’accesso al potere dato dal controllo sul fenomeno, ponendo dei limiti alla paura attraverso il confine della classificazione, generato dalla metafora stessa.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Bob Levy, un antropologo psicoterapeuta. Levy si era posto il problema del perché a Tahiti (isola incantevole) vi fossero così tanti suicidi. Scoprì che gli abitanti di quest’isola non avevano il concetto di dolore al di fuori di quello fisico. Lo provavano. Lo conoscevano. Ma non avevano un concetto o un nome per identificarlo. Non lo consideravano un’emozione normale. Non aveva dei rituali collegati. Nessuna terapia, niente del genere. Mancava loro un concetto necessario, una parola e finivano per suicidarsi troppo spesso …(“Non pensare all’elefante!” di George Lakoff, Fusi Orari, Roma, 2006).

Questa scoperta evidenzia che la cognizione e la parola hanno un legame inscindibile ed estremamente forte, tanto quanto è forte la necessità di dar voce relazionale al sentire corporeo. In assenza di una parola-cognizione è, a volte, preferibile morire.

La difficoltà di nominare alcune sensazioni ed emozioni è generalmente riferibile a tre cause che a volte possono sommarsi: povertà lessicale/culturale, un’eziologia preverbale e una censura morale.

Le persone affette da fobie riferibili a oggetti innocui: farfalle, scarafaggi, uccelli, maniglie, ecc. conoscono l’imbarazzo nel manifestare il legame apparentemente illogico fra l’oggetto, (le farfalle), il loro sentire gravido di timore (angoscia) e il comportamento conseguente (evitamento). Il legame tra la parola, il fenomeno e la cognizione sottesa è spezzato dalla censura ambientale e conseguentemente rimosso, generando l’impossibilità d’accedere all’esperienza originaria, matrice dello stato emotivo. Lo spostamento simbolico su oggetti meno inquietanti attenua la sofferenza originaria, ma priva la parola della sua capacità di significare compiutamente l’esperienza stessa, condannando la persona alla perdita di potere sul processo e all’isolamento “vergognoso” che accompagna frequentemente la fobia. In altre parole l’oggetto fobico che cerchiamo di tenere a bada attraverso strategie di evitamento, ci protegge dall’angoscia sottostante dell’esperienza originale rimossa, ma ci lascia impotenti ed incapaci di afferrare il senso del nostro disagio autentico e imbarazzati o vergognosi della nostra fragilità di fronte a oggetti apparentemente innocui.

Questa impossibilità aggrava nel tempo la sofferenza che, come ricordava Shakespeare, potrebbe esprimersi anche attraverso la strada somatica: “Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi” (Macbeth Atto IV). Tali modalità somatiche e tali comportamentali (sintomi), sono patrimonio dell’inconscio e sono privi di quel canale psico-espressivo offerto dal linguaggio e con il quale abitualmente manteniamo e alimentiamo il contatto e la relazione con l’altro.

La capacità che ha la parola “giusta” di produrre fastidio e irrequietezza, quando ci “sfugge”, è complementare al senso di quiete e appagamento che sopraggiunge ogni qualvolta la si “ri-acciuffa”.
In questa frase la “parola giusta” acquisisce, grazie alla metafora: “la parola (ci) sfugge”, una sua autonomia e indipendenza. La parola che sfugge non è più solamente un suono, un modello sonoro, ma un essere animato e come tale in grado di poter fuggire; la parola assimilata metaforicamente al vivente potrà legittimamente sottostare al codice morale che la giudicherà giusta o sbagliata. La sofferenza che incontriamo nel cercare la parola che “sfugge”, la frase che non emerge, il discorso che non si compie è proporzionale all’importanza dell’investimento emotivo, valoriale, esistenziale sotteso all’esperienza e al contenuto che vogliamo esprimere verbalmente. Quando invece la congiunzione fra esperienza, contenuto e forma verbale si realizza armonicamente, scopriamo il senso di quiete che la parola, la frase, il motto, la poesia, determinano nel costruire una relazione fra il nostro mondo interno, il vettore simbolico e l’interlocutore. “La parola ci sfugge” è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora, nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche e che attiviamo attraverso il linguaggio, accedendo alla comprensione. Ciò che è astratto viene rappresentato attraverso un’esperienza antica e concreta, che chiamiamo metafora. Osservando il linguaggio da questo punto di vista emerge in forma lampante quanta concretezza e quanto corpo ci sia nelle parole e nella psiche.3

Ogni famiglia è assimilabile all’isola di Tahiti e in ogni isola famiglia si sviluppa una cultura molto simile ad altre, quanto differente.

Le parole ei legami fra di esse formano il racconto della vita di ogni individuo, dando forma alla propria consapevolezza ed identità.

Se la mancanza di un’idea e della parola che la rappresenti nel definire uno stato senso-emozionale percepito può portare al suicidio, cosa potrebbe succede quando in un’“isola” famiglia alcune parole vengono sottaciute, proibite, sostituite con altre deformando o negando la possibilità di accesso al senso sotteso?

Allo stesso modo che a Tahiti, la cognizione del sentire corporeo, gli stati emozionali, sensoriali e quindi relazionali perderanno il diritto di cittadinanza; non potendo essere simbolizzati in forma adeguata, assumeranno vesti più consone all’ambiente, in un processo di manipolazione, spostamento, scissione e rimozione che favorirà e obbligherà l’esperienza originaria a scomparire in un inconscio psico-linguistico e psico-fisico, ovvero nell’inconscio.

Poco importa che la parola ci sia se non può rappresentare compiutamente l’esperienza.

Ogni singola esperienza partecipa a strutturare la persona sia ad un livello energetico che ad uno simbolico e ogni singola esperienza si caratterizza come elemento del sistema persona, sistema altamente complesso.

Fino a metà degli anni sessanta, primi anni settanta (nascita della rivoluzione sessuale), l’accesso alla sessualità era normato rigidamente, soprattutto per quella femminile e per quella omosessuale: la verginità era un valore da conservare fino al matrimonio e tutte le parole inerenti a questa funzione erano censurate o pronunciate con “licenza parlando”, licenza che veniva invocata anche per parole vagamente associate ad essa come ad es. piede, ed altre ancora. Il piacere dell’atto sessuale per la donna era un evento casuale più che preteso o dovuto. L’orgasmo femminile e maschile, sintesi ultima del piacere sessuale, genera, quando si verifica, una forte scarica energetica, che W. Reich considerava centrale nell’equilibrio psicofisico della persona. In quegli anni l’omosessualità era un comportamento indecente, relegato, a seconda dei Paesi, allo stato di reato, di malattia o di perversione e conseguentemente da “curare” con la prigione, con farmaci o con la psicoterapia.. La rivoluzione sessuale in questo caso nasce e si manifesta al mondo con la necessità d’inventare una nuova parola che definisse questo comportamento: GAY. Parola che sostenuta dall’energia generata dall’orgoglio gay (diritto di esistere), ha permesso la nascita del movimento e del confronto scontro con una società sessuofobica. Questo esempio dovrebbe poter testimoniare come energia e simbolo siano fortemente connessi, ma questa connessione, anche se meno evidente, è presente in tutti i casi.

Se assimiliamo la persona ad un sistema organizzativo altamente complesso, composto da innumerevoli parti, elementi che interagendo fra di loro operano al fine di realizzare scopi di varia natura interni ed esterni al sistema, dovremmo considerare quanto la coerenza interna ed esterna con l’ambiente, determini l’efficacia del sistema stesso nella realizzazione dei suoi scopi: vivere.

La coerenza di un sistema diventa un elemento di primaria importanza per la sua sopravvivenza: ciascun sistema organizzativo, per rimanere efficace, deve adeguare le proprie strategie all’ambiente esterno, ma questa flessibilità sarà data in parte dalla coerenza fra gli elementi del sistema stesso.

Prendendo in considerazione due macro sotto sistemi, del più ampio sistema persona: il corpo inteso come processo energetico, sensoriale ed emozionale e la mente intesa come processo simbolico/linguistico, cognitivo si può affermare che la loro interazione con il sistema ambiente, nella fase evolutiva, possa generare coerenza o incoerenza nel sistema persona.

Quando una o più esperienze necessarie al flusso della vitalità, sulle quali si struttura l’identità dell’individuo, è composta da funzioni inesprimibili e da parole indicibili o inadeguate a rappresentarla, si genera un’incoerenza che si riflette su tutto il sistema persona.

II problema quindi non risiede in un modello astratto di essere umano, ma nel livello di coerenza generato all’interno degli elementi del sistema persona e nell’interazione con il sistema ambiente. L’organizzazione pertanto è efficace nella misura in cui i diversi elementi del sistema: corpo, mente e ambiente sono tra loro interdipendenti e coerenti: il sistema diventa inefficace quando alcuni elementi diventano incoerenti, all’interno di uno o di più sistemi, generando un’incoerenza, un conflitto fra i sistemi stessi. Questa prospettiva svincola la sofferenza dall’angusto ambito individuale della malattia mentale ricollocandola nello spazio di sua pertinenza: la società. La sofferenza sarebbe “solo” il sintomo di una dissonanza, incoerenza fra sistemi organizzativi complessi.

In questa prospettiva possiamo osservare i caratteri descritti da Reich e da Lowen come lo sforzo che il bambino, futuro adulto, opera per cercare di dare un’armonia ad un sistema percepito come disfunzionale ed è solo quando questo sforzo non riuscirà a produrre il risultato atteso: congruenza fra i sistemi corpo, psiche e ambiente, che la sofferenza assumerà un aspetto manifesto.

L’impegno del bambino tanto più sarà oneroso nel dare coerenza a risposte disfunzionali ricevute dall’ambiente, come Paul Watzlawick ha così efficacemente descritto, quanto più difficilmente sarà disposto ad abbandonare la soluzione individuata. Quello che gli psicologi chiamano resistenza, in questa prospettiva, acquista la qualità conservativa di un prodotto altamente prezioso, in quanto generato da uno sforzo significativamente oneroso per produrlo. Si potrebbe pensare alla nevrosi come l’esito dell’impegno organizzativo per riportare l’esperienza in una cornice di coerenza e di senso che possa guidare i comportamenti futuri e al disturbo nevrotico o sofferenza nevrotica come l’espressione dell’inefficacia dello sforzo.

Un’importante funzione genitoriale è quella di aiutare il bambino a classificare la realtà interna ed esterna attraverso l’individuazione e l’attribuzione di vocaboli, nella lingua utilizzata dal sistema famiglia, ritenuti coerenti con l’oggetto individuato; successivamente quella di presentare le funzioni che gli oggetti parole assolvono e infine la pertinenza, la legittimità o meno della funzione in base al contesto (insieme di oggetti parola) e al giudizio che il sistema famiglia attribuisce agli stessi. Questo processo iniziato con la lallazione e approdato alle prime parole: mamma, papà, pappa, ecc. non finirà più. L’apprendimento è l’acquisizione di sempre nuove parole che definiscono nuove realtà e nuove realtà che per esistere necessitano di nuove parole o di realtà nuovissime, che chiamiamo scoperte, per le quali inventiamo o attribuiamo nuove parole: i figli, le stelle, le particelle elementari, le malattie, i virus, ecc. ne sono un esempio. La realtà per esistere agli occhi dell’umanità ha bisogno di parole; è la parola che da cittadinanza alla realtà nel mondo solitario e simbolico dell’uomo.

Quando esploriamo sensorialmente ed energeticamente il nostro corpo-persona lo facciamo pensando, il più delle volte, di operare percettivamente senza l’ausilio della parola, ma se questo fosse vero incontreremmo la stessa angoscia degli uomini di Tahiti o quella dei bambini privi di un contenitore verbale in cui imprigionare le proprie angosce. Per fortuna in tutto il mondo esistono le metafore, le favole, le religioni e in alcuni casi la scienza stessa: racconti (metaforici) che attraverso la concretezza delle situazioni, assolvono alla funzione di rappresentare quel mondo astratto che chiamiamo coscienza e in-coscienza (in-conscio) percorso da flussi emozionali a volte paurosi.

Da cosa sono prodotte queste angosce, paure? La risposta credo sia sufficientemente complessa e al di là delle possibilità di questo articolo, l’ipotesi che però formulo egualmente è legata al potere del processo simbolico. Se la parola può essere rassicurante, in base al gioco degli opposti, la realtà muta, innominabile dovrebbe necessariamente essere terrificante. Le parole costruiscono e definiscono il recinto di senso in cui abitiamo, sono uno spazio rassicurante che ha come scopo quello di escludere i barbari 4, ovvero tutto ciò che fa paura: la realtà non simbolizzata.

Ma non potrebbe essere proprio questa esclusione a generare la nostra paura?

La parola orco e le parole in genere assolvono il compito di contenere le nostre percezioni, i nostri stati d’animo; senza di esse sembra che si sia incapaci di rimanere in contatto con i nostri vissuti. La placenta ci avvolge proteggendoci e rappresenta il confine entro cui definiamo noi e il mondo.

Il mondo però è ben più grande, ma non lo sappiamo; in quello spazio, forse angusto, sicuramente caldo e rassicurante, si sviluppa la vita che noi conosciamo. È una realtà quella del feto giocata su di una dualità estremamente limitata, quasi compenetrata l’una nell’altra: il mondo interno e quello esterno sembrano un tutt’uno. Io e l’altro sono due dimensioni quasi sovrapponibili. La nascita potrebbe rappresentare la conquista dello spazio, l’uscita da una dipendenza forzata e limitante. Una volta nati però necessitiamo nuovamente di un contenitore, sicuramente più ampio, ma altrettanto indispensabile come la placenta: la pelle e le braccia della mamma – l’holding materna o del caregiver.

Il grembo materno si è sicuramente ampliato, ma la necessità di essere contenuti permane. Questo rapporto, questa necessità, continua in una crescita che si svilupperà dalla famiglia all’ambiente sociale, fino a quel ventre protettivo di senso che è il nostro mondo simbolico. Senza la parola, senza la capacità di tradurre il percepito in simboli, non siamo in grado di sopravvivere. Il mondo simbolico in cui operiamo è quindi assimilabile ad un ventre in cui vivere protetti da quel senso rassicurante di contenimento che il processo simbolico genera ma erroneamente facciamo coincidere il mondo intero al nostro universo simbolico5.

Anche l’analisi e quindi l’analista sono assimilabili ad un contenitore ove deporre il corpo simbolico e quello energetico. Il paziente non può entrare in questo spazio “solo con uno dei due corpi”, né il terapeuta può entrarci o considerare solo uno dei due, sarebbe come abbracciare un bambino con un solo braccio, azione possibile quanto incompleta e carente. La terapia sarà quindi un processo gestazionale che non durerà sicuramente nove mesi, ma che avrà come scopo l’individuazione delle incoerenze che rendono il sistema persona disfunzionale, l’acquisizione di consapevolezza sia a livello energetico che simbolico e finalmente il loro superamento, per giungere ad una riorganizzazione di maggior coerenza che permetta la riconquista di “contenitori” o dipendenze sempre più funzionali al flusso della vita.

La coerenza del sistema persona è riferibile quindi al legame che unisce il significante (parola-frase) al significato (esperienza sensoriale antica custodita dal corpo) e alle loro interrelazioni con l’ambiente. Quando le esperienze acquisite nell’infanzia sono troppo angoscianti o troppo appesantite dal senso di colpa, la realtà verrà manipolata affinché si possano ridurre le dissonanze fra i vari sistemi: corpo, mente e ambiente. Questa manipolazione subita e operata produrrà effetti sia a livello energetico, limitando o dilatando alcune funzioni, sia a livello simbolico operando sul legame tra la parola-frase e la realtà senso-emozionale da essa rappresentata. Il legame che unisce la parola-frase alla realtà interna ed esterna alla persona, assume la funzione di cordone ombelicale al quale siamo legati e dal quale dipende e dipenderà la qualità della nostra vita.

Rendi cosciente il tuo inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino

(Carl Gustav Jung)

Note

1  (Vocabolario Toreccani) Si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce.

2 Pan, dio greco e romano, figlio di Ermes e di Driopa, è la matrice del termine panico: la paura al suo massimo grado, ma è anche il dio dei boschi, dello stupro, della masturbazione e dell’urlo terrificante della natura. La religione cristiana lo trasformerà successivamente in Satana simbolo del male assoluto verso, il quale il “buon credente” lotterà per mantenersi nel bene. Pan rappresenta con il suo corpo la congiunzione tra l’uomo cultura e l’uomo natura (animale) e il timore desiderio che si genera da questo legame.

3 Nell’espressione sopra usata:) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il La parola ci sfugge è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche.” la parola che sfugge assume la qualità del vivente, ma anche quella di elemento d’arredo, insieme alle esperienze vissute a livello corporeo e la psiche poi per poter essere arredata deve assumere un qualità spaziale di mondo: “il nostro mondo simbolico.) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il ) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il

4 Barbari: originariamente chi pronunzia suoni sgradevoli inarticolati simili a quelli degli animali: la lingua dello straniero assimilabile al balbuziente

5 il 95% della materia/energia è sconosciuto alla scienza

Altro

Euforia

Euforia

Lily King

Adelphi, 2016 (Fabula)

euforia

 

Voglio troppo, sono sempre stata così. E intanto provo una disperazione più grande, come se Helen e io fossimo i contenitori della disperazione di tutte le donne e anche di molti uomini. Chi siamo, dove stiamo andando? Perché con tutto il nostro “progresso” siamo così limitati nella comprensione, nell’empatia, nella capacità di darci reciprocamente la vera libertà? Perché con la nostra enfasi sull’individualismo, siamo lo stesso tanto accecati dal bisogno di uniformarci?..Nel mio lavoro credo di cercare soprattutto la libertà, in questi posti lontanissimi cerco un popolo in cui le persone si diano lo spazio per essere come hanno bisogno di essere

 

Rilanci

LettureL’inverno delle more, la parabola della mia vita, Margaret Mead, A. Mondadori, 1977

FilmLa vita e l’opera di Margaret Mead in questo film documentario di Rai Storia

 

Genere

Narrativa

 

Parole Chiave

Antropologia, Ricerca, Amore, Avventura, Margaret Mead, Gregory Bateson , Leo Fortune

 

 

Trama

I protagonisti di questo libro sono, con nomi diversi, tre personaggi fuori scala dell’antropologia novecentesca: Margaret Mead, Reo Fortune e Gregory Bateson. La scenografia sono le misere capanne dei tre sulle sponde del fiume Sepik, a Papua, quel mondo separato di acque rosa e cieli verdi che ancora oggi non compare sui nostri gps, e che negli anni Trenta era, molto semplicemente, l’Ignoto. L’azione coincide col lavoro sul campo del trio, in ciò che aveva di lievemente comico (la corsa ad accaparrarsi la tribù più esotica, o più interessante da studiare) e in ciò che conteneva, invece, di esaltante (la nascita, dal vivo, di molte delle idee che continuiamo a usare, nel tentativo di conoscere ciò che è altro da noi). E la corrente sotterranea che a poco a poco innalza la temperatura di quella prossimità concitata e febbrile è, come in fondo non si poteva prevedere, una grande e lacerante passione amorosa. (Dal rivolto ci copertina riportato sul sito dell‘editore Adelphi).

 

Autore

Lily King è una scrittrice e una docente americana, originaria del Massachusetts, si è laureata in letteratura inglese e po ha insegnato letteratura inglese e scrittura creativa in molte università. Il suo primo romanzo, The Pleasing Hour (1999), ha vinto diversi premi ed stato considerato dal New York Times un “Notable Book”. La stessa cosa accade con gli altri suoi romanzi, The English Teacher, e Father of the Rain anche questi non tradotti in italiano. Euforia è il suo quarto romanzo ed ha vinto New England Book Award for Fiction nel 2014 ed è entrato nella top ten dil The New York Times Book Review’s del 2014.

 

Bibliografia

Euphoria è l’unico libro di Lily King tradotto in italiano.

 

Link

La scheda del libro sulla pagina delle edizioni Adelphi

Una recensione sul sito di Rivista Studio a cura di Davide Coppo

Un’ altra recensione di Simonetta Fiori apparsa sul sito LaRepubblica.it

Se vuoi prenotare una copia del romanzo, puoi farlo dal sito della Rete bibliotecaria Bergamasca:

Anche in formato e-book:

 

Altro

IL SAPORE DEL MONDO. UN’ANTROPOLOGIA DEI SENSI

Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi.
David Le Breton

Raffaello Cortina, 2010 (Scienza e Idee)







CITAZIONE:
L’uomo non può esimersi dal fare esperienza del mondo, dall’esserne in continuità attraversato e modificato. il mondo è l’emanazione di un corpo che lo penetra. Tra sensazione delle cose e sensazione di sé si instaura un andirivieni continuo: prima del pensiero vi sono i sensi. Dire con Descartes “Penso dunque sono” significa trascurare l’immersione sensoriale dell’uomo nel mondo. “Sento dunque sono” è un modo diverso per affermare che la condizione umana non è totalmente spirituale, ma anzitutto corporea.
RILANCI:
Film:
Stati di allucinazione, Ken Russel, 1980
Musica:

      Le nuvole, Fabrizio de Andrè, 1990. (Dall’album omonimo)

Letture:

      Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust, Mondadori, 2006 (I Meridiani)


GENERE:
Saggistica.
PAROLE CHIAVE:
Sensazioni. Corpo. Antropologia

TRAMA:
Un’esplorazione antropologica delle percezioni sensoriali, un saggio corposo e ricchissimo di esempi, riflessioni e citazioni che vanno dall’antropologia alla fisiologia, dalla psicanalisi alla letteratura. Un testo che mette al centro dell’analisi l’uomo e il suo sentire perché i sensi non sono “finestre” sul mondo, “specchi” che registrano le cose in modo indifferente alle culture e alle sensibilità, bensì “filtri” che trattengono nella loro rete soltanto ciò che l’individuo ha imparato a mettervi o ciò che egli cerca, appunto, di identificare mobilitando tutte le proprie risorse. L’antropologia dei sensi implica che ci si abbandoni a questa immersione nel mondo, che si accetti di esserne dentro e non davanti perché l’individuo prende coscienza di sé solo attraverso il sentire e fa esperienza del mondo tramite le risonanze sensoriali che lo attraversano senza sosta.

AUTORE:
David Le Breton, sociologo e antropologo francese e membro dell’Istituto universitario francese, insegna all’Università di Strasburgo ed è uno dei più noti studiosi di antropologia del corpo. In particolare, le sue ricerche si sono concentrate sulle percezioni sensoriali e sulle rappresentazioni e la messa in gioco del corpo nelle condotte a rischio.


BIBLIOGRAFIA:

Le sue altre opere tradotte in italiano nel catalogo on line delle biblioteche della provincia di Bergamo

LINK:
La scheda completa del libro sul sito dell’editore.

Una accurata recensione apparsa su Acta Philosofica, rivista internazionale di filosofia


La presentazione del libro e del suo autore su Cafebabel


L’intervento di Le Breton al Festival della mente di Sarzana nel 2007

Altro