Categoria: Contributi del Centro Divenire

Dare valore alle storie di vita: la consulenza autobiografica come pratica di accompagnamento e di cura

Che cos’è la consulenza autobiografica? Quali sono gli obiettivi di questo percorso? Per chi è adatto? Queste le domande a  cui questo articolo della dottoressa Cristina Paruta – che collabora con il Centro Divenire in qualità di Consulente in Scrittura Autobiografica Individuale ed Esperta in Metodologie Biografiche e Autobiografiche – proverà a rispondere.

Dare valore alle storie di vita: la consulenza autobiografica come pratica di accompagnamento e di cura

di Cristina Paruta

 

 

A volte la pagina bianca offre molte possibilità

(Jim Jarmusch)

La consulenza autobiografica è prima di tutto un incontro tra due persone, il consulente e il narratore, colui o colei che desidera raccontare di sé. La relazione si costruisce attraverso un dialogo, fatto di parole e di ricordi reciproci, che poi si trasformano in scrittura. E’ proprio la scrittura l’aspetto peculiare di questo percorso perché è lo strumento principale e l’obiettivo finale del percorso. La scrittura cambia la relazione perché attiva dei processi diversi da quelli prodotti dall’oralità, infonde un ritmo particolare, un rallentamento che induce alla sosta, all’indugio e permette al soggetto di ascoltarsi e di provare a raccontarsi da un nuovo punto di vista.

La consulenza autobiografica è un accompagnamento clinico, nel senso antico ed etimologico del termine1. Indica una postura particolare del consulente, un suo accostarsi, uno stare con la storia dell’altro, con un atteggiamento empatico e non giudicante. E’ questo stare con che definisce l’ approccio fenomenologico e asseconda il desiderio del narratore, affinché egli si senta non solo il protagonista ma anche l’artefice principale del suo percorso. Il consulente ha il compito di guidare l’esplorazione dell’esistenza del narratore, aiutandolo a dare forma alle emozioni che emergono durante la narrazione. In questo modo, ogni singola storia riacquista valore e dignità e al contempo ritrova una matrice comune. Il narratore sarà infatti condotto a scoprire i nuclei tematici ricorrenti, (l’amore, la perdita, il gioco, il lavoro) e a far riaffiorare gli episodi più significativi di ogni esistenza.

L’obiettivo della consulenza autobiografica è quello di condurre il narratore a scrivere di sé, favorendo il passaggio dall’oralità alla scrittura, ossia dal pensiero alla pratica autobiografica. Il percorso, che ha una durata concordata di dieci, quindici incontri, si conclude infatti con la scrittura di un racconto autobiografico che potrà assumere le forme più diverse – memoriale, diario, epistolario, cronaca, romanzo dell’io, romanzo di figure…. – per adattarsi ai desideri dell’autore e del protagonista principale delle vicende narrate.

Tutti possono intraprendere questo percorso, in ogni stagione della vita, ma esso diventa diventa particolarmente efficace nei momenti di fragilità esistenziale. Esso non si occupa di disagio psicologico2 ma può essere un percorso di affiancamento al lavoro psicoterapeutico e diventare uno strumento di aiuto, rielaborando in modo creativo alcuni temi significativi. Può essere una porta di accesso al percorso di cura, perché per costruire il proprio testo è necessario prendere contatto con i propri desideri e fare emergere le latenze. Può essere infine una preziosa conclusione del tragitto terapeutico perché tiene traccia ed evidenzia gli apprendimenti, le svolte e le trasformazioni personali.

In questo approccio la scrittura non è solo uno strumento ma anche una “pratica di cura” perché la narrazione apre sempre nuove possibilità.

Dare valore alle storie di vita significa, di conseguenza, mettere al centro del percorso di cura l’immaginazione, sollecitare la memoria e l’emersione dei ricordi lontani o dimenticati, sostenere la riscoperta dei saperi perduti e fare spazio all’io narratore che ci abita senza dimenticare la dimensione estetica nella nostra esistenza. Ciò che è bello, diceva Platone, è anche buono.

1(Clinico, deriva dal greco Klinikos, che si fa presso il letto del malato)

2(Scrittura clinica – Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali, Duccio Demetrio, Raffaello Cortina, 2008)

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Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale,  Francesca Scarano, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento bioenergetico del Centro Divenire, racconta di metodologia e pratica dell’ Analisi Bioenergetica. 

Di seguito il testo dell’articolo:

Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

di Francesca Scarano

 

 

 

Come ho scoperto la Bioenergetica

Intrapresi la mia formazione in psicoterapia Bioenergetica, circa tredici anni fa. Fui attratta da questo approccio a seguito della lettura del libro “Il corpo non mente”, scritto dal prof. Luciano Marchino (analista bioenergetico e fondatore dell’approccio somato-relazionale) che poi divenne il mio maestro. Con la Bioenergetica fu amore a prima vista, anche se ai tempi, giovane e acerba, ero mossa dall’ideale di fare la psicoterapeuta molto più che dalla seria intenzione di guardare le mie illusioni, far cadere le mie maschere, mettermi realmente a nudo e ricominciare a sentire sul serio…paura, vuoto, gioia, rabbia, dolore, piacere e dispiacere e chi più ne ha più ne metta. Ci ha pensato il mio terapeuta, con tanta indulgenza, accoglimento e pazienza a portarmi ogni volta laddove io opponevo resistenza ad andare, lentamente, dolcemente, profondamente…per citare uno dei suoi motti. MI sentivo ogni volta tirata giù, con i piedi in terra e dentro la verità presente al mio interno, qualunque essa fosse. Spesso era difficile da accettare, faticosa da attraversare. Ma poi mi accorgevo che dopo ogni riattraversamento profondo diminuiva la paura di sentire e aumentava la fiducia che questo era possibile senza che accadesse nulla di catastrofico. Più toccavo questioni “calde” al mio interno più sgorgava una nuova energia, una nuova visione di me e degli altri, germogli di una strana gioia, di un piacere nuovo. Sentivo che per quanto la strada da percorrere fosse frastagliata, per quanto ogni tanto dicessi a me stessa: “ Ma chi me lo ha fatto fare?”, oppure “ Non c’è un modo per tornare indietro o scappare?”, (interrogativi che tra l’altro sento presenti oggi nei miei pazienti … e come non comprenderli!), valeva la pena fare tutta quella fatica. Il premio era di volta in volta sentirmi più viva e presente a me stessa, più connessa e aperta realmente agli altri ( e dico realmente perché ho toccato con mano la differenza tra fare “quella aperta” ed esserlo davvero) e man mano, pezzo più difficile, più autentica, nonostante credessi di esserlo già prima ( altra illusione). Insomma, quell’inverno di tredici anni fa, quando approdai alla Bioenergetica non potevo sapere quanta fatica avrebbe richiesto riattraversare i più oscuri e bui luoghi dell’anima ma non potevo nemmeno lontanamente immaginare lo straordinario percorso di rinascita e di crescita che mi avrebbe donato. E’ stato davvero un po’ come ripartorire me stessa. Il processo di ricerca e di scoperta di me, seppur non più con la guida di un terapeuta ma con il mio terapeuta interno che mi fa da guida è a tutt’oggi in corso e credo lo sarà finché avrò vita. L’insaziabile ricerca della mia verità credo mi dia la possibilità di guidare i miei pazienti con fiducia alla ricerca della loro. Posso portarli solo dove io sono già stata.

Che cosa è l’Analisi Bioenergetica?

Ma cos’è l’ Analisi Bioenergetica e soprattutto cosa accade nella stanza di terapia, quel luogo in cui il paziente avvia il suo coraggioso cammino nei suoi più profondi sentieri interiori guidato dal suo terapeuta?(Terapeuta che, ci tengo a specificarlo, non ha nessuno degli idealizzati poteri che a volte gli vengono erroneamente attribuiti, ma semplicemente ha percorso quei sentieri prima del suo paziente e sa, o dovrebbe, sapere molto bene dove e come condurlo nel suo percorso di esplorazione interiore.)

La psicoterapia Bioenergetica affonda le sue radici in un fondamentale principio: il corpo rivela molto di noi, della nostra storia passata e del nostro modo di stare al mondo. E soprattutto il corpo non mente ed è uno stupefacente disvelatore di verità sul nostro conto. Nelle parole di Alexander Lowen, fondatore di questo approccio: “L’analisi bioenergetica è un approccio che integra il corpo nel processo analitico, perché il corpo è la persona. Qualunque problema presente nella personalità quindi si manifesta sia nell’espressione corporea che nell’espressione psicologica. Questi problemi posso essere individuati in modo accurato a partire proprio dalla motilità del corpo se si è in grado di leggerne il linguaggio. Il corpo inoltre contiene la memoria di ogni esperienza che la persona abbia attraversato, pertanto è possibile leggere la biografia di una persona a partire dalla struttura dinamica del suo corpo. Da un punto di vista teorico possiamo affermare che ogni esperienza vissuta si struttura nel corpo delle persone così come nella loro mente.”

Dunque questo grande maestro ci ha insegnato che la nostra biografia, così come i nostri traumi e le ferite che ci portiamo dentro sono scritte nelle nostre mappe psico-corporee. Di conseguenza in quelle stesse mappe è presente un enorme potenziale di guarigione.

Possiamo guarire nel momento in cui riprendiamo un contatto profondo con i luoghi interiori in cui ci siamo “ammalati” e consentiamo a noi stessi di portare una piena consapevolezza a ciò che accade nel nostro corpo e nelle nostre emozioni. Questo richiede una disponibilità da parte nostra a diventare più intimi con il nostro mondo interno e ad entrarci in relazione con un atteggiamento di amorevole accoglienza, scevro di giudizio, pretesa, forzature. E poi richiede un altro ingrediente fondamentale: il coraggio di ritornare a sentire, il coraggio di riaprire le porte all’ascolto della propria vulnerabilità e il poter trasformare quest’ultima da luogo di minaccia ad oceano infinito di risorse e potenzialità. Tali risorse sono naturalmente presenti in ciascuno di noi, ma spesso soffocate dai muri che abbiamo eretto per difenderci da antiche emozioni intollerabili per noi o non accolte, accettate e sostenute dall’ambiente circostante. Queste strategie di difesa che in passato ci sono state utili e forse ci hanno salvato la vita hanno una serie di effetti limitanti sulla nostra vita: riducono le nostre possibilità di incontrare davvero gli altri e di amare, riducono la nostra capacità di cambiamento perché ci irrigidiscono in visioni cristallizzate di noi stessi, degli altri e della realtà circostante, distorcono la nostra percezione. Le nostre difese ci proteggono ma al contempo ci opprimono e ci rendono schiavi di automatismi poco funzionali che guidano i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro comportamento precludendoci ogni possibilità di scelta. “ Non riesco Mai a dire quello che penso”, Non riesco MAI a dire di no “ Mi sento SEMPRE inadeguata e giudicata da chiunque”, “ Mi arrabbio SEMPRE anche quando non vorrei”, “ La amo ma non riesco a dimostrare ciò che ho dentro” , “ Non lo amo più ma non riesco a stare né con lui né senza di lui”, “ Vorrei lavorare di meno ma non riesco, sono risucchiato in un vortice, è più forte di me”, sono solo alcuni degli esempi di frasi riportate dai miei pazienti, che raccontano di quanto il “pilota automatico” contenuto nei muri difensivi abbia preso il sopravvento nelle loro vite. Questi muri, nella visione dell’Analisi Bioenergetica, hanno una precisa identità psico-corporea e ad ogni muscolo cronicamente contratto corrispondono antiche emozioni intrappolate che finché permangono nel regno dell’inconscio e non vengono riportate in coscienza continueranno a derubarci di energia ( devo utilizzare molta energia per tenere le mie spalle cronicamente tese verso l’alto in modo da difendermi dall’accedere ad una intensa e antica rabbia e ne investirò altrettanta per intrappolare in uno stato di contrazione cronica il mio diaframma in modo da non sentire vecchie e insopportabili paure, o la zona del torace per non entrare in contatto con il dolore del cuore, etc ) e a limitare la nostra possibilità di muoverci nel mondo in maniera funzionale, autentica e spontanea.

La Bioenergetica in pratica

Nella terapia bioenergetica è proprio dal lavoro sul corpo che si parte per lasciare pian piano cadere questi muri, sciogliere i propri blocchi e avviare un processo di decondizionamento da vecchie abitudini psico-neuro-muscolari che abbiamo fatto nostre tanto tempo fa e che si sono poi radicate in noi attraverso la ripetizione e l’abitudine. Man mano i blocchi si dissolvono è possibile sperimentare un nuovo sentire, il nostro sistema si riorganizza e diventa in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi! La mobilizzazione corporea e del respiro, cosi’ come l’utilizzo della voce e dell’espressività emotiva, strumenti cari all’Analisi Bioenergetica, vanno a schiudere le casseforti corporee in cui sono rimaste intrappolate antiche emozioni rimosse. Le emozioni emergenti, accompagnate dalla consapevolezza del processo in corso e dalla ricerca di senso della relazione tra ciò che sta accadendo nella stanza di terapia e la storia del paziente consentono la creazione di rinnovate connessioni tra mente, corpo ed emozioni. Si creano così nuovi sentieri nel nostro cervello che inevitabilmente portano ad un cambiamento nel nostro modo di “abitare” noi stessi e il mondo esterno. Sciogliere un conflitto somatizzato in una tensione psico-neuro-muscolare implica l’affrontare una sofferenza, che può manifestarsi a livello corporeo, psicologico o a entrambi i livelli. Per andare oltre questo dolore e riapprodare ad un’area di benessere interno, di pacificazione, non possiamo far altro che, in primis accettare ciò che arriva ed accoglierlo così com’è senza giudicare o opporre resistenza a ciò che sta riaffiorando, lasciarlo accadere. In secondo luogo affrontarlo, “entrarci dentro”. Lasciandolo fluire al nostro interno quel vissuto di rabbia o angoscia o dolore o paura si dissolverà e con esso il conflitto che quelle emozioni negate si portavano dietro (con tutte le annesse conseguenze nei nostri pensieri, emozioni e nel nostro comportamento)

Man mano questo processo va avanti, la persona che ne è protagonista, può sperimentare la sensazione di riappropriarsi di parti di sé che erano “congelate”, di pezzi della propria identità che erano come scissi dalla personalità. Sente di respirare in modo più ampio e fluido, si sente più “intera” e inizia a ricontattare una vitalità, una gioia ed un potenziale energetico smarrito tanto tempo fa. Malessere e benessere, dolore e gioia si palesano come due lati di una stessa medaglia. Direttamente annodati ai fili del nostro vissuto negativo ci sono la grazia, la gioia e la vitalità che in origine erano presenti al nostro interno prima di sperimentare condizionamenti ambientali negativi e/o traumatizzanti. Se ci diamo il coraggioso permesso di incontrare quelle zone d’ombre ritroveremo anche la luce, in una fluida danza in cui ci concediamo di stare di volta in volta con quello che c’è dentro di noi. Kahlil Gibran ci offre questa perla che io trovo molto vera: “Quando siete felici guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia”.

In sintesi più sperimentiamo la possibilità di accogliere l’intera gamma dei nostri sentimenti più acquistiamo “grounding”, principio fondante dell’Analisi Bioenergetica loweniana. Il termine grounding, che significa radicamento, sta ad indicare, oltre che una precisa postura del corpo che favorisce un maggiore contatto con il proprio sentire e l’approfondimento di un appoggio saldo e sensibile dei piedi al suolo, una posizione esistenziale di presenza consapevole e di connessione energetica profonda con se stessi e con il mondo circostante. Nel lavoro con i suoi pazienti Lowen si accorse che tanto più le persone avevano un appoggio poco solido al terreno, tanto più erano abitate da insicurezza e sfiducia nel poter ricevere sostegno dalla vita e dagli altri. Si rese conto che l’origine di tali vissuti era direttamente correlata ad una mancanza di sostegno, nutrimento affettivo, supporto al proprio Sé autentico sperimentata nei primi anni di vita, nella relazione con le proprie figure affettive di riferimento. Dice Lowen: “ La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato, sentono in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo. “

Cosa succede nella stanza della terapia?

Prima di ricevere un paziente che arriva in studio da me per chiedermi aiuto su qualsivoglia problematica, mi occupo di me. Lavoro sul corpo e sul respiro attraverso la pratica Bioenergetica, cerco di approfondire il più possibile il mio radicamento e di sciogliere eventuali tensioni interne che potrebbero interferire nella mia sintonizzazione con lui o lei. Infine mi occupo di lavorare sull’apertura del torace in modo da poter accogliere chi sta per entrare con un cuore il più possibile aperto. Sento questo rituale preparatorio particolarmente importante, perché in ogni seduta, il mio corpo e le mie emozioni diventano una cassa di risonanza di ciò che succede a chi sta seduto di fronte a me. Più mi sento, più riesco a sentire l’altro. Più lo sento e rimando ciò che dall’altro mi arriva, più lui si sente profondamente colto e riconosciuto nei suoi vissuti…e un primo livello di cura ha già inizio. Molte problematiche psichiche sono frutto di mancate sintonizzazioni, di fratture nella connessione relazionale e dell’interiorizzazione di tali modelli relazionali patologici. Gli studi dell’Infant Research e in particolare dello psicoanalista Daniel Stern ci ricordano infatti che sulla base delle sue primissime interazioni il bambino costruira’ i modelli di esperienza soggettiva interna e di relazione che costituiscono le rappresentazioni mentali di se’ e dell’altro.In tal senso so quanto la relazione che intercorre momento per momento tra me e il mio paziente, al di là di qualsiasi tecnica utilizzata, sia fondamentale nel processo di guarigione e me ne prendo cura. Sperimentare una relazione più sintonica e funzionale, rispetto a quelle esperite nella propria infanzia, ha un potente effetto riparatore. Questa nuova relazione, per essere efficace e realmente terapeutica, deve essere in primis autentica perché come ci ricorda Erich Fromm “la relazione psicoterapeutica non deve essere un’educata conversazione o una chiacchiera da salotto ma deve avere il carattere dell’immediatezza: lo psicoterapeuta non deve mai mentire, né cercare di compiacere o impressionare. Deve restare se stesso, il che significa che deve avere lavorato con se stesso”. Quando parlo di autenticità mi riferisco ad una qualità essenziale che è necessario che il terapeuta coltivi per far si che l’incontro con il paziente avvenga in una dimensione di verità e per fungere da modello per il paziente stesso: l’arte della congruenza.Sono congruente se quello che sento, quello che penso e ciò che dico e faccio sono in armonia tra loro. Quindi ciò significa che non fingo di ascoltare, ma che per quanto possibile mi sintonizzo davvero a livello emotivo e corporeo con chi ho di fronte. E’ come se io diventassi una cassa di risonanza che mi permette di vibrare in relazione a ciò che accade dentro al mio paziente. Ciò che io sento nel corpo e a livello emotivo di fronte a quella persona, sono una preziosa bussola per empatizzare con il suo stato interno. Quindi non solo vedo ciò che fai, ma sento ciò che tu senti e se necessario e utile al processo ti rimando il tipo di pulsione, ritmo, attivazione corporea ed energetica, vissuto emotivo che percepisci internamente o ti guido nell’osservarlo più da vicino. Le più recenti scoperte neuroscientifiche, attraverso la teoria dei “neuroni specchio” hanno tra l’altro ormai legittimato l’esistenza di meccanismi fisiologici sottostanti l’empatia. I neuroni-specchio sono situati nella corteccia premotoria, che è l’area deputata al movimento e sono correlati al sistema limbico, area del cervello correlata alle emozioni. Secondo tali teorie esistono dei neuroni che non solo si attivano quando vediamo qualcuno compiere un determinato comportamento ma anche quando osserviamo una persona provare emozioni. Quindi permettono di portare l’esperienza dell’altro al nostro interno come se ciò che lui vive stesse accadendo a noi. Pertanto, ciò che sento nel mio corpo e ciò che provo di fronte al mio paziente rappresentano utili indicatori ai fini della diagnosi ma anche della cura. Lui sente che io sento. Ogni volta che questo accade vedo gli occhi della persona che ho di fronte riempirsi di lacrime e alla mia domanda: “Cosa ti commuove in questo momento?”, la riposta molto spesso è la stessa: “Quando ero piccolo nessuno mi ha mai guardato così, nessuno si accorgeva o si preoccupava di ciò che io provavo. Il fatto che tu cogli ciò che sto sentendo, che te ne prendi carico e cura, che ti emozioni insieme a me…ecco, si, i tuoi occhi lucidi in questo momento… da una parte mi turbano, perché è un’esperienza totalmente nuova, si ecco, forse mi spaventa anche un po’, ma dall’altra sento che qualcosa si scioglie profondamente dentro di me”. La presenza apre il vuoto dell’assenza. La possibilità di esplorarlo e al contempo di ricevere nella stanza di terapia risposte diverse, più empatiche, funzionali e sintoniche rispetto a quelle ricevute in passato fa si che accadano cose nuove. L’emozione spiacevole che riaffiora all’inizio fa molto male ma il poterla rivivere e il poter accedere ad un diverso sguardo che offre presenza, attenzione e partecipazione agisce da balsamo cicatrizzante che man mano lenisce e cura la ferita.Ma facciamo un passo indietro e torniamo un attimo a quando il paziente arriva. Uno dei grandi supporti clinici e diagnostici per noi terapeuti bioenergetici è la lettura del corpo. Una co-lettura oserei definirla, che prende spunto non solo da ciò che io osservo ma anche e soprattutto da ciò che il paziente legge di sé e dentro di sé attraverso la mia guida. Mentre la persona condivide con me il suo problema, cerco di tenere in ascolto entrambi i miei emisferi cerebrali, e quindi di comprendere ciò che mi dice e avviare una riflessione su ciò che mi porta, di osservare dove il suo respiro si blocca, quali parti del corpo sono contratte e bloccate, tenute in su o in dentro, espanse in fuori , cosa comunicano i suoi occhi ma cerco anche di sentire ciò che più in generale mi arriva da quella persona. Provo ad ascoltarlo con il cuore e a sintonizzarmi con il messaggio contenuto nell’emozione intrappolata nelle sue tensioni corporee e nelle costrizioni del suo respiro. Spesso colgo delle frasi che affiorano intuitivamente al mio interno come se percepissi la voce di quell’emozione: ad esempio, “ Perché sei andata via?” , “ Dov’eri quando avevo bisogno di te?”, “ Mi vedi? Guardami per favore! Guardami!!!”, “Perché mi accetti solo se sono come tu mi vuoi? Perché mi soffochi?” e così via. Frasi che raccontano del bagaglio di ferite emotive con il quale il paziente si presenta in studio e alle quali ha un estremo bisogno di ridare voce e diritto di esistenza. Capita spesso che lui non ne abbia consapevolezza e il mio lavoro è quello di aiutarlo a far riemergere questo materiale emotivo sommerso e poi sostenere un’elaborazione di senso e un’integrazione di ciò che accade in relazione alla sua biografia. Osservando come si muove la pulsazione vitale al suo interno e in quale parte del corpo si crea un blocco posso in modo delicato accompagnare il paziente a dirigere la sua attenzione consapevole verso ciò che gli sta accadendo e domandargli: “ Cosa stai sentendo? In quale parte del corpo lo senti?”. Già portare attenzione avvia un primo cambiamento di stato. “Te la senti di provare ad entrare più in profondità in questo vissuto?”. A questo punto posso proporre al paziente un’attivazione corporeo-esperienziale che gli consenta di “scendere” e calarsi maggiormente nella sua esperienza interna. A tal proposito L’Analisi Bioenergetica offre un esteso repertorio di tecniche corporee, che utilizzano il movimento, il respiro, l’espressività emotiva, la voce, il lavoro di mobilizzazione oculare che se grazie all’intuito e alla sensibilità del terapeuta vengono utilizzate in modo appropriato, al momento opportuno e in una buona cornice relazionale, possono contribuire ad esplorare e far ritornare in coscienza antiche “storie emotivo-corporeo-relazionali”. Quando queste “riaperture” si verificano oltre che potenziare la connessione tra terapeuta e paziente consentono man mano di “ri-scrivere” vecchie connessioni neuronali o crearne di nuove. La guarigione procede dunque attraverso la riscoperta della percezione corporea ed emotiva e non attraverso uno sforzo di volontà. Lasciando parlare ancora Lowen: “C’è un processo di cambiamento che avviene dall’interno e non richiede sforzi coscienti. E’ chiamato crescita e migliora l’essere. Non è qualcosa che si può fare: quindi non è una funzione dell’Io ma del corpo”. Ritengo che tale risveglio emotivo e corporeo possa accadere solo nella cornice di una relazione terapeutica in cui il paziente possa sentirsi visto con uno sguardo autenticamente presente, affettuoso, accogliente e non giudicante. La mera applicazione di tecniche non cura, ma cura l’utilizzo delle tecniche a supporto del processo psico-corporeo in atto dentro una relazione correttiva “sufficientemente buona”, per dirla alla Winnicott ( psicoanalista inglese che approfondì tra le altre cose il tema della relazione madre-bambino) in cui il paziente senta il diritto di poter esistere davvero per quello che è e in cui circoli una comunicazione che viaggia da cuore a cuore.

Se io ti vedo tu ti senti esistere, se ti senti esistere ti liberi, ti sciogli e ti illumini. E la tua energia che si libera nutre la mia.

Grazie a tutti i miei pazienti che mi danno il privilegio di essere testimone della riscoperta della loro luce, di commuovermi davanti ad ogni momento di rinascita della loro bellezza e di nutrirmi ogni volta con stupore del sacro splendore di questo processo.

Bibliografia

Cinotti N., Zaccagnini C., Analisi bioenergetica in dialogo, Franco Angeli Editore, 2009.

Goleman Tara Bennet, Alchimia emotiva, come la mente può curare il cuore, BUR; 2013 (Best BUR).

Klopstech Angela, Analisi bioenergetica e psicoterapia contemporanea: considerazioni

dialogando con altri approcci e con le neuroscienze, http://www.siab-online.it/pubblicazioni/articoli.

Krishnannanda, Amana, A tu per tu con la paura, vincere le proprie paure per imparare ad amare, Feltrinelli, 2013.

Lowen Alexander, Onorare il corpo, la nascita della bioenergetica nella autobiografia del suo fondatore, Xenia, 2011.

Lowen Alexander, Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Astrolabio, 1979.

Lowen Alexander, Bioenergetica, Feltrinelli, 2004, 2013

Marchino Luciano e Monique Mizrahil, La Forza e la Grazia, Commento alla pratica bioenergetica, Bollati Boringhieri, 2012.

Marchino Luciano e Monique Mizhrail, Il corpo non mente, Pickwick Libri, 2014.

Miller Alice, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, 2008.

Pert Candace, Molecole di emozioni: perché sentiamo quel che sentiamo, Tea Edizioni, 2016.

Siegel Daniel, Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina Editore, 2009.

Vita Heinrich-Clauer, Manuale di Analisi Bioenergetica (Ed. It. A cura di Nicoletta Cinotti e Rosaria Filoni) Franco Angeli, 2013.

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CORPO, CIBO E AUTOSTIMA . ELOGIO DELLA FRAGILITA’

 

Credo anche che l’associazione “corpo, cibo e autostima”, spesso collegata alla questione dei disordini alimentari, debba essere allargata ad una visione del vivere e del sentire quotidiano di cui, a mio parere, sofferenze dell’animo umano legate all’alimentazione, quelle tanto abusate patologie dell’ Anoressia e Bulimia, non fanno altro che esprimere a “tinte forti” e con registri di esagerazione, dimensioni e difficoltà del rapporto con noi stessi che coinvolgono un po’ tutti ed in particolare un po’ tutte le donne.

L’intento è anche quello di dimostrare che, nei sintomi del corpo e del cibo, è possibile scorgere, come nei giochi con le figure ambigue, non solo il malessere ma anche la cura dello stesso, di evidenziare, anzi, di esaltare la funzione del sintomo come “porta” verso noi stessi, come “richiamo ad alta voce” alla ricerca di quel benessere che nasce dalla capacità di creare un equilibrio tra i bisogni interiori e le richieste del mondo esterno e che per sua natura è una competenza che va coltivata al pari di tutte le altre, e non quindici giorni all’anno!

 
Per leggere il testo completo dell’articolo della dr.ssa Volpato, questo il link
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COSA VEDI QUANDO TI GUARDI ALLO SPECCHIO?

L’industria del fitness e dell’estetica hanno saputo cogliere, ed evidentemente “sfruttare”, l’incidenza dell’ “immagine corporea” nel vissuto di benessere del singolo individuo, e i fatturati in ascesa possono in questo senso essere considerati statistiche più che rappresentative dell’importanza che gli individui e le società occidentali danno alla propria immagine.
In altre parole l’immagine corporea sembra avere un non indifferente potenziale d’influenza sulla nostra qualità di vita. Come si giustifica tutto ciò? Tentare una risposta a questa domanda è l’intento di questo contributo.
Ma procediamo con ordine cominciando col definire cosa sia  l’ “immagine corporea”.


Il testo completo dell’articolo della dr.ssa Gloria Volpato è pubblicato nella sezione apposita del sito del Centro Divenire

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Perché scrivere di sé?


Quali sono i motivi che ci spingono a scrivere? A quali bisogni profondi risponde la scrittura autobiografica? Una possibile risposta a queste domande nell’articolo pubblicato da Coaching time e scritto da Cristina Paruta, redattrice del blog e curatrice dei percorsi di scrittura autobiografica al Centro Divenire

Perché scrivere di sé
di Cristina Paruta


Il bisogno di lasciare una traccia del proprio passaggio sulla terra sembra profondamente connaturato con lo sviluppo della cultura umana, se già i nostri progenitori, quelli vissuti alle soglie della Storia, avevano trovato il modo di riempire i loro rifugi (le grotte e le caverne) con i segni dipinti delle loro vicende umane.

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