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Psico- Oncologia – La psicosomatica dei tumori: dove sto andando, dove vorrei andare

Psico – Oncologia –

La psicosomatica dei tumori: dove sto andando, dove vorrei andare

Ogni epoca sembra contraddistinta da un male che si diffonde più degli altri, caratterizzandola. Indubbiamente il male dei nostri giorni appare essere il cancro. L’ approccio dell’ecobiopsicologia  ha cercato di dare un’interpretazione rispetto al peso dei fattori psicologici che possono concorrere allo sviluppo di questo terribile male.

Un articolo di

Diana Avellino

 

 

Ogni epoca sembra contraddistinta da un male che si diffonde più degli altri caratterizzandola. Indubbiamente il male dei nostri giorni appare essere il cancro. Non sono solo i dati epidemiologici a mostrarcelo, ma più banalmente la nostra esperienza personale che ci porta sempre più a contatto con questa malattia: quasi tutti purtroppo conoscono per via diretta o in diretta qualcuno che ne ha sofferto o ne soffre.

Indubbiamente i fattori che concorrono alla formazione e sviluppo dei tumori sono molteplici: ci sono fattori biologici, ambientali e psicologici. Sebbene al momento si sappia come cresca e si sviluppi un tumore, non si sa ancora perché nasca; perché a parità di condizioni, in alcune persone si presenta ed in altre no.

L’ecobiopsicologia (psicosomatica) si è interrogata ed ha cercato di dare un’interpretazione rispetto al peso dei fattori psicologici che possono concorrere allo sviluppo di questo terribile male.

Ormai è noto come le condizioni di stress, ansia e tormento interiore portano il nostro corpo a secernere sostanze, come il cortisolo, che alla lunga distruggono il nostro sistema immunitario, lasciandoci più vulnerabili e alla mercè delle varie patologie che ci possono colpire.*

Per la psicosomatica ogni male del nostro corpo racchiude un significato che, se disvelato, può aiutarci nel nostro processo di guarigione. Per quanto riguarda il cancro si può cogliere il suo significato simbolico a partire dalla considerazione della sua patogenesi.

Di fatto cos’è il tumore? Ogni cellula contiene tutto il genoma quindi potenzialmente potrebbe diventare qualsiasi cosa (una cellula del muscolo, dell’occhio, del polmone ecc.), poi, alcune proteine specifiche fanno sì che si attivino solo alcuni geni che determineranno la specializzazzione effettiva che la cellula ricoprirà. In modo forse un pò semplicistico e con un linguaggio metaforico potremmo dire che da un punto di vista biologico il tumore si forma quando una cellula non svolge più il lavoro per cui si è specializzata, molla tutto e regredisce ad uno stato originario di indifferenziazione (dove non svolge più la sua funzione specifica, ma continua a moltiplicarsi).

Analogicamente è come se la persona non fosse più in grado di orientare la propria progettualità specifica nella direzione stabilità dal proprio Sé, come se deragliasse, senza riuscire a trovare un modo adattivo e funzionale per esprimere davvero chi è.

Immaginate che ciascuno individuo sia composto da un nucleo motore, molto potente, con una forte energia creativa, che contiene il seme di ciò che siamo e che siamo destinati ad essere (il Sé), ma anche da una parte che si interfaccia con il mondo e fa da mediatore tra il Sé e la realtà circostante (l’Io). Se c’è un buon dialogo tra queste due parti, l’Io cercherà di esprimere e realizzare al meglio le potenzialità del Sé e quest’ultimo potrà liberare in modo armonioso e autentico la propria energia, permettendo una buona crescita personale. Se al contrario si interrompe la comunicazione tra i due, ad esempio in seguito ad un vissuto traumatico, un rischio è che l’Io si irrigidisca e quindi non riesca più ad incanalare l’energia del Sé che dilagherà afinalisticamente, proprio come fanno le cellule tumorali.

Spesso si è osservato che i pazienti con patologia cancerosa, nei due-tre anni precedenti la comparsa del tumore, avevano vissuto una grave condizione di stress cronico, non elaborato emotivamente, che aveva riattivato in chiave depressiva e abbandonica una condizione traumatica primitiva di annichilimento dell’IO, insorta nei primi anni infantili o addirittura nel periodo pre-natale. (Frigoli D. 2014)

La psicoterapia può aiutare le persone che stanno vivendo una patologia cancerosa ad affrontare le angosce di morte che le affligono, con l’obbiettivo di aiutare l’IO spaventato a superare i propri traumi ed a riconquistare un dialogo con il proprio Sè, riappropriandosi così della propria energia vitale da reinvestire in una nuova ritrovata e più sentita progettualità.

*La PsicoNeuroEndocrinoImmunologia studia i legami tra stati emotivi e correlati neurofisiologici

testi consigliati per un approfondimento:

Biava P.M., Frigoli D., Laszlo E., Dal segno al simbolo, Bologna, 2014, Persiani Editore;

Grassi L. E Biondi M., Personalità di tipo C, stress e cancro, in Biondi M. La psicosomatica nella pratica clinica, Roma, 1992, Il pensiero Scientifico.

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Il Legame, l’orco e il contenitore

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale, Attilio Gardino, psicoterapeuta, analista bioenergetico, propone questo articolo sulle paure e le figure che le rappresentano nel nostro immaginario

Di seguito il testo dell’articolo:

Il Legame, l’orco e il contenitore

di  Attilio Gardino

Per ciascuno il proprio destino è il suo carattere

(Eraclito)

La paura è un’emozione importante che salvaguarda la vita, ma, quando non è collegabile ad un evento esterno che la giustifichi, che dia senso al suo manifestarsi, genera l’angoscia, l’ansia, il panico, cioè emozioni corruttrici del piacere di vivere. Tali emozioni sembrano non avere un’origine significativa o un bersaglio ragionevole verso cui orientarsi: si muovono attraversando la nostra psiche e il nostro corpo, senza poter essere indirizzate o racchiuse immediatamente in un contenitore di senso. Questo scomodo fenomeno, che caratterizza gran parte dell’umanità, è stato gestito storicamente attraverso la creazione di figure e di luoghi contenitore, che potessero trattenere e dar forma a tutto ciò, permettendo la messa in campo di “adeguate” protezioni

L’orco, i fantasmi, il diavolo, i demoni, l’uomo nero, il lupo cattivo e il sacro1 sono personaggi, spazi, entità, creati al fine di poter gestire quello che prima sembrava non poter essere controllato.

Sono figure in parte antropomorfe partorite dall’uomo, dotate di una loro autonomia, portatrici di un danno specifico e terrificante che rispecchiano esattamente il sentire umano. Sono state coniate per dare una fisionomia e un recinto sicuro a ciò che proviamo, senza di loro non avremmo la possibilità di nominare, né di controllare, né di espellere dalla vita di tutti i giorni questi stati d’animo. Sono parole che evocano luoghi avvolti dal mistero e ben riconoscibili, dove queste entità, questi stati d’animo dimorano: boschi, anfratti, cantine, solai, parti del corpo, case disabitate, luoghi del sacro. Sono contenitori che accolgono, separando, il quotidiano da questi stati emozionali indifferenziati fra paura e desiderio. Questa modalità di “separazione”, abbondantemente collaudata nel tempo, è volta ad imprigionare e confinare sensazioni, emozioni innominabili e conseguentemente inspiegabili.

Così nascono i racconti delle paure indicibili e incomprensibili, che si articolano nelle metafore della fame divoratrice (orco, lupo), della sessualità corruttrice (diavolo, satana, demoni), della separazione mortifera (uomo nero, donna con la falce, fantasma), del panico2 per l’ignoto e l’immenso (il sacro). Lo spostamento di senso, proprio della metafora, rende comprensibile ciò che prima non lo era e nominabile ciò che prima rimaneva privo di parole. Il timore di essere divorato o di divorare acquista diritto di senso se si suppone possa esistere un uomo dotato di una grossa testa in grado di nutrirsi di bambini. L’immensità irrappresentabile dell’universo in cui siamo immersi genererebbe il terrore dello smarrimento, la vertigine del vuoto se non subentrasse il sacro a contenerla con i sui racconti, con le sue metafore, con i suoi luoghi e con i suoi addetti. La metafora è lo strumento aureo che alimenta i nostri processi di comprensione e di individuazione di senso. Com-prendere (prendere-con) permette il superamento dell’impotenza e l’accesso al potere dato dal controllo sul fenomeno, ponendo dei limiti alla paura attraverso il confine della classificazione, generato dalla metafora stessa.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Bob Levy, un antropologo psicoterapeuta. Levy si era posto il problema del perché a Tahiti (isola incantevole) vi fossero così tanti suicidi. Scoprì che gli abitanti di quest’isola non avevano il concetto di dolore al di fuori di quello fisico. Lo provavano. Lo conoscevano. Ma non avevano un concetto o un nome per identificarlo. Non lo consideravano un’emozione normale. Non aveva dei rituali collegati. Nessuna terapia, niente del genere. Mancava loro un concetto necessario, una parola e finivano per suicidarsi troppo spesso …(“Non pensare all’elefante!” di George Lakoff, Fusi Orari, Roma, 2006).

Questa scoperta evidenzia che la cognizione e la parola hanno un legame inscindibile ed estremamente forte, tanto quanto è forte la necessità di dar voce relazionale al sentire corporeo. In assenza di una parola-cognizione è, a volte, preferibile morire.

La difficoltà di nominare alcune sensazioni ed emozioni è generalmente riferibile a tre cause che a volte possono sommarsi: povertà lessicale/culturale, un’eziologia preverbale e una censura morale.

Le persone affette da fobie riferibili a oggetti innocui: farfalle, scarafaggi, uccelli, maniglie, ecc. conoscono l’imbarazzo nel manifestare il legame apparentemente illogico fra l’oggetto, (le farfalle), il loro sentire gravido di timore (angoscia) e il comportamento conseguente (evitamento). Il legame tra la parola, il fenomeno e la cognizione sottesa è spezzato dalla censura ambientale e conseguentemente rimosso, generando l’impossibilità d’accedere all’esperienza originaria, matrice dello stato emotivo. Lo spostamento simbolico su oggetti meno inquietanti attenua la sofferenza originaria, ma priva la parola della sua capacità di significare compiutamente l’esperienza stessa, condannando la persona alla perdita di potere sul processo e all’isolamento “vergognoso” che accompagna frequentemente la fobia. In altre parole l’oggetto fobico che cerchiamo di tenere a bada attraverso strategie di evitamento, ci protegge dall’angoscia sottostante dell’esperienza originale rimossa, ma ci lascia impotenti ed incapaci di afferrare il senso del nostro disagio autentico e imbarazzati o vergognosi della nostra fragilità di fronte a oggetti apparentemente innocui.

Questa impossibilità aggrava nel tempo la sofferenza che, come ricordava Shakespeare, potrebbe esprimersi anche attraverso la strada somatica: “Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi” (Macbeth Atto IV). Tali modalità somatiche e tali comportamentali (sintomi), sono patrimonio dell’inconscio e sono privi di quel canale psico-espressivo offerto dal linguaggio e con il quale abitualmente manteniamo e alimentiamo il contatto e la relazione con l’altro.

La capacità che ha la parola “giusta” di produrre fastidio e irrequietezza, quando ci “sfugge”, è complementare al senso di quiete e appagamento che sopraggiunge ogni qualvolta la si “ri-acciuffa”.
In questa frase la “parola giusta” acquisisce, grazie alla metafora: “la parola (ci) sfugge”, una sua autonomia e indipendenza. La parola che sfugge non è più solamente un suono, un modello sonoro, ma un essere animato e come tale in grado di poter fuggire; la parola assimilata metaforicamente al vivente potrà legittimamente sottostare al codice morale che la giudicherà giusta o sbagliata. La sofferenza che incontriamo nel cercare la parola che “sfugge”, la frase che non emerge, il discorso che non si compie è proporzionale all’importanza dell’investimento emotivo, valoriale, esistenziale sotteso all’esperienza e al contenuto che vogliamo esprimere verbalmente. Quando invece la congiunzione fra esperienza, contenuto e forma verbale si realizza armonicamente, scopriamo il senso di quiete che la parola, la frase, il motto, la poesia, determinano nel costruire una relazione fra il nostro mondo interno, il vettore simbolico e l’interlocutore. “La parola ci sfugge” è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora, nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche e che attiviamo attraverso il linguaggio, accedendo alla comprensione. Ciò che è astratto viene rappresentato attraverso un’esperienza antica e concreta, che chiamiamo metafora. Osservando il linguaggio da questo punto di vista emerge in forma lampante quanta concretezza e quanto corpo ci sia nelle parole e nella psiche.3

Ogni famiglia è assimilabile all’isola di Tahiti e in ogni isola famiglia si sviluppa una cultura molto simile ad altre, quanto differente.

Le parole ei legami fra di esse formano il racconto della vita di ogni individuo, dando forma alla propria consapevolezza ed identità.

Se la mancanza di un’idea e della parola che la rappresenti nel definire uno stato senso-emozionale percepito può portare al suicidio, cosa potrebbe succede quando in un’“isola” famiglia alcune parole vengono sottaciute, proibite, sostituite con altre deformando o negando la possibilità di accesso al senso sotteso?

Allo stesso modo che a Tahiti, la cognizione del sentire corporeo, gli stati emozionali, sensoriali e quindi relazionali perderanno il diritto di cittadinanza; non potendo essere simbolizzati in forma adeguata, assumeranno vesti più consone all’ambiente, in un processo di manipolazione, spostamento, scissione e rimozione che favorirà e obbligherà l’esperienza originaria a scomparire in un inconscio psico-linguistico e psico-fisico, ovvero nell’inconscio.

Poco importa che la parola ci sia se non può rappresentare compiutamente l’esperienza.

Ogni singola esperienza partecipa a strutturare la persona sia ad un livello energetico che ad uno simbolico e ogni singola esperienza si caratterizza come elemento del sistema persona, sistema altamente complesso.

Fino a metà degli anni sessanta, primi anni settanta (nascita della rivoluzione sessuale), l’accesso alla sessualità era normato rigidamente, soprattutto per quella femminile e per quella omosessuale: la verginità era un valore da conservare fino al matrimonio e tutte le parole inerenti a questa funzione erano censurate o pronunciate con “licenza parlando”, licenza che veniva invocata anche per parole vagamente associate ad essa come ad es. piede, ed altre ancora. Il piacere dell’atto sessuale per la donna era un evento casuale più che preteso o dovuto. L’orgasmo femminile e maschile, sintesi ultima del piacere sessuale, genera, quando si verifica, una forte scarica energetica, che W. Reich considerava centrale nell’equilibrio psicofisico della persona. In quegli anni l’omosessualità era un comportamento indecente, relegato, a seconda dei Paesi, allo stato di reato, di malattia o di perversione e conseguentemente da “curare” con la prigione, con farmaci o con la psicoterapia.. La rivoluzione sessuale in questo caso nasce e si manifesta al mondo con la necessità d’inventare una nuova parola che definisse questo comportamento: GAY. Parola che sostenuta dall’energia generata dall’orgoglio gay (diritto di esistere), ha permesso la nascita del movimento e del confronto scontro con una società sessuofobica. Questo esempio dovrebbe poter testimoniare come energia e simbolo siano fortemente connessi, ma questa connessione, anche se meno evidente, è presente in tutti i casi.

Se assimiliamo la persona ad un sistema organizzativo altamente complesso, composto da innumerevoli parti, elementi che interagendo fra di loro operano al fine di realizzare scopi di varia natura interni ed esterni al sistema, dovremmo considerare quanto la coerenza interna ed esterna con l’ambiente, determini l’efficacia del sistema stesso nella realizzazione dei suoi scopi: vivere.

La coerenza di un sistema diventa un elemento di primaria importanza per la sua sopravvivenza: ciascun sistema organizzativo, per rimanere efficace, deve adeguare le proprie strategie all’ambiente esterno, ma questa flessibilità sarà data in parte dalla coerenza fra gli elementi del sistema stesso.

Prendendo in considerazione due macro sotto sistemi, del più ampio sistema persona: il corpo inteso come processo energetico, sensoriale ed emozionale e la mente intesa come processo simbolico/linguistico, cognitivo si può affermare che la loro interazione con il sistema ambiente, nella fase evolutiva, possa generare coerenza o incoerenza nel sistema persona.

Quando una o più esperienze necessarie al flusso della vitalità, sulle quali si struttura l’identità dell’individuo, è composta da funzioni inesprimibili e da parole indicibili o inadeguate a rappresentarla, si genera un’incoerenza che si riflette su tutto il sistema persona.

II problema quindi non risiede in un modello astratto di essere umano, ma nel livello di coerenza generato all’interno degli elementi del sistema persona e nell’interazione con il sistema ambiente. L’organizzazione pertanto è efficace nella misura in cui i diversi elementi del sistema: corpo, mente e ambiente sono tra loro interdipendenti e coerenti: il sistema diventa inefficace quando alcuni elementi diventano incoerenti, all’interno di uno o di più sistemi, generando un’incoerenza, un conflitto fra i sistemi stessi. Questa prospettiva svincola la sofferenza dall’angusto ambito individuale della malattia mentale ricollocandola nello spazio di sua pertinenza: la società. La sofferenza sarebbe “solo” il sintomo di una dissonanza, incoerenza fra sistemi organizzativi complessi.

In questa prospettiva possiamo osservare i caratteri descritti da Reich e da Lowen come lo sforzo che il bambino, futuro adulto, opera per cercare di dare un’armonia ad un sistema percepito come disfunzionale ed è solo quando questo sforzo non riuscirà a produrre il risultato atteso: congruenza fra i sistemi corpo, psiche e ambiente, che la sofferenza assumerà un aspetto manifesto.

L’impegno del bambino tanto più sarà oneroso nel dare coerenza a risposte disfunzionali ricevute dall’ambiente, come Paul Watzlawick ha così efficacemente descritto, quanto più difficilmente sarà disposto ad abbandonare la soluzione individuata. Quello che gli psicologi chiamano resistenza, in questa prospettiva, acquista la qualità conservativa di un prodotto altamente prezioso, in quanto generato da uno sforzo significativamente oneroso per produrlo. Si potrebbe pensare alla nevrosi come l’esito dell’impegno organizzativo per riportare l’esperienza in una cornice di coerenza e di senso che possa guidare i comportamenti futuri e al disturbo nevrotico o sofferenza nevrotica come l’espressione dell’inefficacia dello sforzo.

Un’importante funzione genitoriale è quella di aiutare il bambino a classificare la realtà interna ed esterna attraverso l’individuazione e l’attribuzione di vocaboli, nella lingua utilizzata dal sistema famiglia, ritenuti coerenti con l’oggetto individuato; successivamente quella di presentare le funzioni che gli oggetti parole assolvono e infine la pertinenza, la legittimità o meno della funzione in base al contesto (insieme di oggetti parola) e al giudizio che il sistema famiglia attribuisce agli stessi. Questo processo iniziato con la lallazione e approdato alle prime parole: mamma, papà, pappa, ecc. non finirà più. L’apprendimento è l’acquisizione di sempre nuove parole che definiscono nuove realtà e nuove realtà che per esistere necessitano di nuove parole o di realtà nuovissime, che chiamiamo scoperte, per le quali inventiamo o attribuiamo nuove parole: i figli, le stelle, le particelle elementari, le malattie, i virus, ecc. ne sono un esempio. La realtà per esistere agli occhi dell’umanità ha bisogno di parole; è la parola che da cittadinanza alla realtà nel mondo solitario e simbolico dell’uomo.

Quando esploriamo sensorialmente ed energeticamente il nostro corpo-persona lo facciamo pensando, il più delle volte, di operare percettivamente senza l’ausilio della parola, ma se questo fosse vero incontreremmo la stessa angoscia degli uomini di Tahiti o quella dei bambini privi di un contenitore verbale in cui imprigionare le proprie angosce. Per fortuna in tutto il mondo esistono le metafore, le favole, le religioni e in alcuni casi la scienza stessa: racconti (metaforici) che attraverso la concretezza delle situazioni, assolvono alla funzione di rappresentare quel mondo astratto che chiamiamo coscienza e in-coscienza (in-conscio) percorso da flussi emozionali a volte paurosi.

Da cosa sono prodotte queste angosce, paure? La risposta credo sia sufficientemente complessa e al di là delle possibilità di questo articolo, l’ipotesi che però formulo egualmente è legata al potere del processo simbolico. Se la parola può essere rassicurante, in base al gioco degli opposti, la realtà muta, innominabile dovrebbe necessariamente essere terrificante. Le parole costruiscono e definiscono il recinto di senso in cui abitiamo, sono uno spazio rassicurante che ha come scopo quello di escludere i barbari 4, ovvero tutto ciò che fa paura: la realtà non simbolizzata.

Ma non potrebbe essere proprio questa esclusione a generare la nostra paura?

La parola orco e le parole in genere assolvono il compito di contenere le nostre percezioni, i nostri stati d’animo; senza di esse sembra che si sia incapaci di rimanere in contatto con i nostri vissuti. La placenta ci avvolge proteggendoci e rappresenta il confine entro cui definiamo noi e il mondo.

Il mondo però è ben più grande, ma non lo sappiamo; in quello spazio, forse angusto, sicuramente caldo e rassicurante, si sviluppa la vita che noi conosciamo. È una realtà quella del feto giocata su di una dualità estremamente limitata, quasi compenetrata l’una nell’altra: il mondo interno e quello esterno sembrano un tutt’uno. Io e l’altro sono due dimensioni quasi sovrapponibili. La nascita potrebbe rappresentare la conquista dello spazio, l’uscita da una dipendenza forzata e limitante. Una volta nati però necessitiamo nuovamente di un contenitore, sicuramente più ampio, ma altrettanto indispensabile come la placenta: la pelle e le braccia della mamma – l’holding materna o del caregiver.

Il grembo materno si è sicuramente ampliato, ma la necessità di essere contenuti permane. Questo rapporto, questa necessità, continua in una crescita che si svilupperà dalla famiglia all’ambiente sociale, fino a quel ventre protettivo di senso che è il nostro mondo simbolico. Senza la parola, senza la capacità di tradurre il percepito in simboli, non siamo in grado di sopravvivere. Il mondo simbolico in cui operiamo è quindi assimilabile ad un ventre in cui vivere protetti da quel senso rassicurante di contenimento che il processo simbolico genera ma erroneamente facciamo coincidere il mondo intero al nostro universo simbolico5.

Anche l’analisi e quindi l’analista sono assimilabili ad un contenitore ove deporre il corpo simbolico e quello energetico. Il paziente non può entrare in questo spazio “solo con uno dei due corpi”, né il terapeuta può entrarci o considerare solo uno dei due, sarebbe come abbracciare un bambino con un solo braccio, azione possibile quanto incompleta e carente. La terapia sarà quindi un processo gestazionale che non durerà sicuramente nove mesi, ma che avrà come scopo l’individuazione delle incoerenze che rendono il sistema persona disfunzionale, l’acquisizione di consapevolezza sia a livello energetico che simbolico e finalmente il loro superamento, per giungere ad una riorganizzazione di maggior coerenza che permetta la riconquista di “contenitori” o dipendenze sempre più funzionali al flusso della vita.

La coerenza del sistema persona è riferibile quindi al legame che unisce il significante (parola-frase) al significato (esperienza sensoriale antica custodita dal corpo) e alle loro interrelazioni con l’ambiente. Quando le esperienze acquisite nell’infanzia sono troppo angoscianti o troppo appesantite dal senso di colpa, la realtà verrà manipolata affinché si possano ridurre le dissonanze fra i vari sistemi: corpo, mente e ambiente. Questa manipolazione subita e operata produrrà effetti sia a livello energetico, limitando o dilatando alcune funzioni, sia a livello simbolico operando sul legame tra la parola-frase e la realtà senso-emozionale da essa rappresentata. Il legame che unisce la parola-frase alla realtà interna ed esterna alla persona, assume la funzione di cordone ombelicale al quale siamo legati e dal quale dipende e dipenderà la qualità della nostra vita.

Rendi cosciente il tuo inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino

(Carl Gustav Jung)

Note

1  (Vocabolario Toreccani) Si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce.

2 Pan, dio greco e romano, figlio di Ermes e di Driopa, è la matrice del termine panico: la paura al suo massimo grado, ma è anche il dio dei boschi, dello stupro, della masturbazione e dell’urlo terrificante della natura. La religione cristiana lo trasformerà successivamente in Satana simbolo del male assoluto verso, il quale il “buon credente” lotterà per mantenersi nel bene. Pan rappresenta con il suo corpo la congiunzione tra l’uomo cultura e l’uomo natura (animale) e il timore desiderio che si genera da questo legame.

3 Nell’espressione sopra usata:) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il La parola ci sfugge è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche.” la parola che sfugge assume la qualità del vivente, ma anche quella di elemento d’arredo, insieme alle esperienze vissute a livello corporeo e la psiche poi per poter essere arredata deve assumere un qualità spaziale di mondo: “il nostro mondo simbolico.) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il ) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il

4 Barbari: originariamente chi pronunzia suoni sgradevoli inarticolati simili a quelli degli animali: la lingua dello straniero assimilabile al balbuziente

5 il 95% della materia/energia è sconosciuto alla scienza

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Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale,  Francesca Scarano, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento bioenergetico del Centro Divenire, racconta di metodologia e pratica dell’ Analisi Bioenergetica. 

Di seguito il testo dell’articolo:

Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

di Francesca Scarano

 

 

 

Come ho scoperto la Bioenergetica

Intrapresi la mia formazione in psicoterapia Bioenergetica, circa tredici anni fa. Fui attratta da questo approccio a seguito della lettura del libro “Il corpo non mente”, scritto dal prof. Luciano Marchino (analista bioenergetico e fondatore dell’approccio somato-relazionale) che poi divenne il mio maestro. Con la Bioenergetica fu amore a prima vista, anche se ai tempi, giovane e acerba, ero mossa dall’ideale di fare la psicoterapeuta molto più che dalla seria intenzione di guardare le mie illusioni, far cadere le mie maschere, mettermi realmente a nudo e ricominciare a sentire sul serio…paura, vuoto, gioia, rabbia, dolore, piacere e dispiacere e chi più ne ha più ne metta. Ci ha pensato il mio terapeuta, con tanta indulgenza, accoglimento e pazienza a portarmi ogni volta laddove io opponevo resistenza ad andare, lentamente, dolcemente, profondamente…per citare uno dei suoi motti. MI sentivo ogni volta tirata giù, con i piedi in terra e dentro la verità presente al mio interno, qualunque essa fosse. Spesso era difficile da accettare, faticosa da attraversare. Ma poi mi accorgevo che dopo ogni riattraversamento profondo diminuiva la paura di sentire e aumentava la fiducia che questo era possibile senza che accadesse nulla di catastrofico. Più toccavo questioni “calde” al mio interno più sgorgava una nuova energia, una nuova visione di me e degli altri, germogli di una strana gioia, di un piacere nuovo. Sentivo che per quanto la strada da percorrere fosse frastagliata, per quanto ogni tanto dicessi a me stessa: “ Ma chi me lo ha fatto fare?”, oppure “ Non c’è un modo per tornare indietro o scappare?”, (interrogativi che tra l’altro sento presenti oggi nei miei pazienti … e come non comprenderli!), valeva la pena fare tutta quella fatica. Il premio era di volta in volta sentirmi più viva e presente a me stessa, più connessa e aperta realmente agli altri ( e dico realmente perché ho toccato con mano la differenza tra fare “quella aperta” ed esserlo davvero) e man mano, pezzo più difficile, più autentica, nonostante credessi di esserlo già prima ( altra illusione). Insomma, quell’inverno di tredici anni fa, quando approdai alla Bioenergetica non potevo sapere quanta fatica avrebbe richiesto riattraversare i più oscuri e bui luoghi dell’anima ma non potevo nemmeno lontanamente immaginare lo straordinario percorso di rinascita e di crescita che mi avrebbe donato. E’ stato davvero un po’ come ripartorire me stessa. Il processo di ricerca e di scoperta di me, seppur non più con la guida di un terapeuta ma con il mio terapeuta interno che mi fa da guida è a tutt’oggi in corso e credo lo sarà finché avrò vita. L’insaziabile ricerca della mia verità credo mi dia la possibilità di guidare i miei pazienti con fiducia alla ricerca della loro. Posso portarli solo dove io sono già stata.

Che cosa è l’Analisi Bioenergetica?

Ma cos’è l’ Analisi Bioenergetica e soprattutto cosa accade nella stanza di terapia, quel luogo in cui il paziente avvia il suo coraggioso cammino nei suoi più profondi sentieri interiori guidato dal suo terapeuta?(Terapeuta che, ci tengo a specificarlo, non ha nessuno degli idealizzati poteri che a volte gli vengono erroneamente attribuiti, ma semplicemente ha percorso quei sentieri prima del suo paziente e sa, o dovrebbe, sapere molto bene dove e come condurlo nel suo percorso di esplorazione interiore.)

La psicoterapia Bioenergetica affonda le sue radici in un fondamentale principio: il corpo rivela molto di noi, della nostra storia passata e del nostro modo di stare al mondo. E soprattutto il corpo non mente ed è uno stupefacente disvelatore di verità sul nostro conto. Nelle parole di Alexander Lowen, fondatore di questo approccio: “L’analisi bioenergetica è un approccio che integra il corpo nel processo analitico, perché il corpo è la persona. Qualunque problema presente nella personalità quindi si manifesta sia nell’espressione corporea che nell’espressione psicologica. Questi problemi posso essere individuati in modo accurato a partire proprio dalla motilità del corpo se si è in grado di leggerne il linguaggio. Il corpo inoltre contiene la memoria di ogni esperienza che la persona abbia attraversato, pertanto è possibile leggere la biografia di una persona a partire dalla struttura dinamica del suo corpo. Da un punto di vista teorico possiamo affermare che ogni esperienza vissuta si struttura nel corpo delle persone così come nella loro mente.”

Dunque questo grande maestro ci ha insegnato che la nostra biografia, così come i nostri traumi e le ferite che ci portiamo dentro sono scritte nelle nostre mappe psico-corporee. Di conseguenza in quelle stesse mappe è presente un enorme potenziale di guarigione.

Possiamo guarire nel momento in cui riprendiamo un contatto profondo con i luoghi interiori in cui ci siamo “ammalati” e consentiamo a noi stessi di portare una piena consapevolezza a ciò che accade nel nostro corpo e nelle nostre emozioni. Questo richiede una disponibilità da parte nostra a diventare più intimi con il nostro mondo interno e ad entrarci in relazione con un atteggiamento di amorevole accoglienza, scevro di giudizio, pretesa, forzature. E poi richiede un altro ingrediente fondamentale: il coraggio di ritornare a sentire, il coraggio di riaprire le porte all’ascolto della propria vulnerabilità e il poter trasformare quest’ultima da luogo di minaccia ad oceano infinito di risorse e potenzialità. Tali risorse sono naturalmente presenti in ciascuno di noi, ma spesso soffocate dai muri che abbiamo eretto per difenderci da antiche emozioni intollerabili per noi o non accolte, accettate e sostenute dall’ambiente circostante. Queste strategie di difesa che in passato ci sono state utili e forse ci hanno salvato la vita hanno una serie di effetti limitanti sulla nostra vita: riducono le nostre possibilità di incontrare davvero gli altri e di amare, riducono la nostra capacità di cambiamento perché ci irrigidiscono in visioni cristallizzate di noi stessi, degli altri e della realtà circostante, distorcono la nostra percezione. Le nostre difese ci proteggono ma al contempo ci opprimono e ci rendono schiavi di automatismi poco funzionali che guidano i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro comportamento precludendoci ogni possibilità di scelta. “ Non riesco Mai a dire quello che penso”, Non riesco MAI a dire di no “ Mi sento SEMPRE inadeguata e giudicata da chiunque”, “ Mi arrabbio SEMPRE anche quando non vorrei”, “ La amo ma non riesco a dimostrare ciò che ho dentro” , “ Non lo amo più ma non riesco a stare né con lui né senza di lui”, “ Vorrei lavorare di meno ma non riesco, sono risucchiato in un vortice, è più forte di me”, sono solo alcuni degli esempi di frasi riportate dai miei pazienti, che raccontano di quanto il “pilota automatico” contenuto nei muri difensivi abbia preso il sopravvento nelle loro vite. Questi muri, nella visione dell’Analisi Bioenergetica, hanno una precisa identità psico-corporea e ad ogni muscolo cronicamente contratto corrispondono antiche emozioni intrappolate che finché permangono nel regno dell’inconscio e non vengono riportate in coscienza continueranno a derubarci di energia ( devo utilizzare molta energia per tenere le mie spalle cronicamente tese verso l’alto in modo da difendermi dall’accedere ad una intensa e antica rabbia e ne investirò altrettanta per intrappolare in uno stato di contrazione cronica il mio diaframma in modo da non sentire vecchie e insopportabili paure, o la zona del torace per non entrare in contatto con il dolore del cuore, etc ) e a limitare la nostra possibilità di muoverci nel mondo in maniera funzionale, autentica e spontanea.

La Bioenergetica in pratica

Nella terapia bioenergetica è proprio dal lavoro sul corpo che si parte per lasciare pian piano cadere questi muri, sciogliere i propri blocchi e avviare un processo di decondizionamento da vecchie abitudini psico-neuro-muscolari che abbiamo fatto nostre tanto tempo fa e che si sono poi radicate in noi attraverso la ripetizione e l’abitudine. Man mano i blocchi si dissolvono è possibile sperimentare un nuovo sentire, il nostro sistema si riorganizza e diventa in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi! La mobilizzazione corporea e del respiro, cosi’ come l’utilizzo della voce e dell’espressività emotiva, strumenti cari all’Analisi Bioenergetica, vanno a schiudere le casseforti corporee in cui sono rimaste intrappolate antiche emozioni rimosse. Le emozioni emergenti, accompagnate dalla consapevolezza del processo in corso e dalla ricerca di senso della relazione tra ciò che sta accadendo nella stanza di terapia e la storia del paziente consentono la creazione di rinnovate connessioni tra mente, corpo ed emozioni. Si creano così nuovi sentieri nel nostro cervello che inevitabilmente portano ad un cambiamento nel nostro modo di “abitare” noi stessi e il mondo esterno. Sciogliere un conflitto somatizzato in una tensione psico-neuro-muscolare implica l’affrontare una sofferenza, che può manifestarsi a livello corporeo, psicologico o a entrambi i livelli. Per andare oltre questo dolore e riapprodare ad un’area di benessere interno, di pacificazione, non possiamo far altro che, in primis accettare ciò che arriva ed accoglierlo così com’è senza giudicare o opporre resistenza a ciò che sta riaffiorando, lasciarlo accadere. In secondo luogo affrontarlo, “entrarci dentro”. Lasciandolo fluire al nostro interno quel vissuto di rabbia o angoscia o dolore o paura si dissolverà e con esso il conflitto che quelle emozioni negate si portavano dietro (con tutte le annesse conseguenze nei nostri pensieri, emozioni e nel nostro comportamento)

Man mano questo processo va avanti, la persona che ne è protagonista, può sperimentare la sensazione di riappropriarsi di parti di sé che erano “congelate”, di pezzi della propria identità che erano come scissi dalla personalità. Sente di respirare in modo più ampio e fluido, si sente più “intera” e inizia a ricontattare una vitalità, una gioia ed un potenziale energetico smarrito tanto tempo fa. Malessere e benessere, dolore e gioia si palesano come due lati di una stessa medaglia. Direttamente annodati ai fili del nostro vissuto negativo ci sono la grazia, la gioia e la vitalità che in origine erano presenti al nostro interno prima di sperimentare condizionamenti ambientali negativi e/o traumatizzanti. Se ci diamo il coraggioso permesso di incontrare quelle zone d’ombre ritroveremo anche la luce, in una fluida danza in cui ci concediamo di stare di volta in volta con quello che c’è dentro di noi. Kahlil Gibran ci offre questa perla che io trovo molto vera: “Quando siete felici guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia”.

In sintesi più sperimentiamo la possibilità di accogliere l’intera gamma dei nostri sentimenti più acquistiamo “grounding”, principio fondante dell’Analisi Bioenergetica loweniana. Il termine grounding, che significa radicamento, sta ad indicare, oltre che una precisa postura del corpo che favorisce un maggiore contatto con il proprio sentire e l’approfondimento di un appoggio saldo e sensibile dei piedi al suolo, una posizione esistenziale di presenza consapevole e di connessione energetica profonda con se stessi e con il mondo circostante. Nel lavoro con i suoi pazienti Lowen si accorse che tanto più le persone avevano un appoggio poco solido al terreno, tanto più erano abitate da insicurezza e sfiducia nel poter ricevere sostegno dalla vita e dagli altri. Si rese conto che l’origine di tali vissuti era direttamente correlata ad una mancanza di sostegno, nutrimento affettivo, supporto al proprio Sé autentico sperimentata nei primi anni di vita, nella relazione con le proprie figure affettive di riferimento. Dice Lowen: “ La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato, sentono in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo. “

Cosa succede nella stanza della terapia?

Prima di ricevere un paziente che arriva in studio da me per chiedermi aiuto su qualsivoglia problematica, mi occupo di me. Lavoro sul corpo e sul respiro attraverso la pratica Bioenergetica, cerco di approfondire il più possibile il mio radicamento e di sciogliere eventuali tensioni interne che potrebbero interferire nella mia sintonizzazione con lui o lei. Infine mi occupo di lavorare sull’apertura del torace in modo da poter accogliere chi sta per entrare con un cuore il più possibile aperto. Sento questo rituale preparatorio particolarmente importante, perché in ogni seduta, il mio corpo e le mie emozioni diventano una cassa di risonanza di ciò che succede a chi sta seduto di fronte a me. Più mi sento, più riesco a sentire l’altro. Più lo sento e rimando ciò che dall’altro mi arriva, più lui si sente profondamente colto e riconosciuto nei suoi vissuti…e un primo livello di cura ha già inizio. Molte problematiche psichiche sono frutto di mancate sintonizzazioni, di fratture nella connessione relazionale e dell’interiorizzazione di tali modelli relazionali patologici. Gli studi dell’Infant Research e in particolare dello psicoanalista Daniel Stern ci ricordano infatti che sulla base delle sue primissime interazioni il bambino costruira’ i modelli di esperienza soggettiva interna e di relazione che costituiscono le rappresentazioni mentali di se’ e dell’altro.In tal senso so quanto la relazione che intercorre momento per momento tra me e il mio paziente, al di là di qualsiasi tecnica utilizzata, sia fondamentale nel processo di guarigione e me ne prendo cura. Sperimentare una relazione più sintonica e funzionale, rispetto a quelle esperite nella propria infanzia, ha un potente effetto riparatore. Questa nuova relazione, per essere efficace e realmente terapeutica, deve essere in primis autentica perché come ci ricorda Erich Fromm “la relazione psicoterapeutica non deve essere un’educata conversazione o una chiacchiera da salotto ma deve avere il carattere dell’immediatezza: lo psicoterapeuta non deve mai mentire, né cercare di compiacere o impressionare. Deve restare se stesso, il che significa che deve avere lavorato con se stesso”. Quando parlo di autenticità mi riferisco ad una qualità essenziale che è necessario che il terapeuta coltivi per far si che l’incontro con il paziente avvenga in una dimensione di verità e per fungere da modello per il paziente stesso: l’arte della congruenza.Sono congruente se quello che sento, quello che penso e ciò che dico e faccio sono in armonia tra loro. Quindi ciò significa che non fingo di ascoltare, ma che per quanto possibile mi sintonizzo davvero a livello emotivo e corporeo con chi ho di fronte. E’ come se io diventassi una cassa di risonanza che mi permette di vibrare in relazione a ciò che accade dentro al mio paziente. Ciò che io sento nel corpo e a livello emotivo di fronte a quella persona, sono una preziosa bussola per empatizzare con il suo stato interno. Quindi non solo vedo ciò che fai, ma sento ciò che tu senti e se necessario e utile al processo ti rimando il tipo di pulsione, ritmo, attivazione corporea ed energetica, vissuto emotivo che percepisci internamente o ti guido nell’osservarlo più da vicino. Le più recenti scoperte neuroscientifiche, attraverso la teoria dei “neuroni specchio” hanno tra l’altro ormai legittimato l’esistenza di meccanismi fisiologici sottostanti l’empatia. I neuroni-specchio sono situati nella corteccia premotoria, che è l’area deputata al movimento e sono correlati al sistema limbico, area del cervello correlata alle emozioni. Secondo tali teorie esistono dei neuroni che non solo si attivano quando vediamo qualcuno compiere un determinato comportamento ma anche quando osserviamo una persona provare emozioni. Quindi permettono di portare l’esperienza dell’altro al nostro interno come se ciò che lui vive stesse accadendo a noi. Pertanto, ciò che sento nel mio corpo e ciò che provo di fronte al mio paziente rappresentano utili indicatori ai fini della diagnosi ma anche della cura. Lui sente che io sento. Ogni volta che questo accade vedo gli occhi della persona che ho di fronte riempirsi di lacrime e alla mia domanda: “Cosa ti commuove in questo momento?”, la riposta molto spesso è la stessa: “Quando ero piccolo nessuno mi ha mai guardato così, nessuno si accorgeva o si preoccupava di ciò che io provavo. Il fatto che tu cogli ciò che sto sentendo, che te ne prendi carico e cura, che ti emozioni insieme a me…ecco, si, i tuoi occhi lucidi in questo momento… da una parte mi turbano, perché è un’esperienza totalmente nuova, si ecco, forse mi spaventa anche un po’, ma dall’altra sento che qualcosa si scioglie profondamente dentro di me”. La presenza apre il vuoto dell’assenza. La possibilità di esplorarlo e al contempo di ricevere nella stanza di terapia risposte diverse, più empatiche, funzionali e sintoniche rispetto a quelle ricevute in passato fa si che accadano cose nuove. L’emozione spiacevole che riaffiora all’inizio fa molto male ma il poterla rivivere e il poter accedere ad un diverso sguardo che offre presenza, attenzione e partecipazione agisce da balsamo cicatrizzante che man mano lenisce e cura la ferita.Ma facciamo un passo indietro e torniamo un attimo a quando il paziente arriva. Uno dei grandi supporti clinici e diagnostici per noi terapeuti bioenergetici è la lettura del corpo. Una co-lettura oserei definirla, che prende spunto non solo da ciò che io osservo ma anche e soprattutto da ciò che il paziente legge di sé e dentro di sé attraverso la mia guida. Mentre la persona condivide con me il suo problema, cerco di tenere in ascolto entrambi i miei emisferi cerebrali, e quindi di comprendere ciò che mi dice e avviare una riflessione su ciò che mi porta, di osservare dove il suo respiro si blocca, quali parti del corpo sono contratte e bloccate, tenute in su o in dentro, espanse in fuori , cosa comunicano i suoi occhi ma cerco anche di sentire ciò che più in generale mi arriva da quella persona. Provo ad ascoltarlo con il cuore e a sintonizzarmi con il messaggio contenuto nell’emozione intrappolata nelle sue tensioni corporee e nelle costrizioni del suo respiro. Spesso colgo delle frasi che affiorano intuitivamente al mio interno come se percepissi la voce di quell’emozione: ad esempio, “ Perché sei andata via?” , “ Dov’eri quando avevo bisogno di te?”, “ Mi vedi? Guardami per favore! Guardami!!!”, “Perché mi accetti solo se sono come tu mi vuoi? Perché mi soffochi?” e così via. Frasi che raccontano del bagaglio di ferite emotive con il quale il paziente si presenta in studio e alle quali ha un estremo bisogno di ridare voce e diritto di esistenza. Capita spesso che lui non ne abbia consapevolezza e il mio lavoro è quello di aiutarlo a far riemergere questo materiale emotivo sommerso e poi sostenere un’elaborazione di senso e un’integrazione di ciò che accade in relazione alla sua biografia. Osservando come si muove la pulsazione vitale al suo interno e in quale parte del corpo si crea un blocco posso in modo delicato accompagnare il paziente a dirigere la sua attenzione consapevole verso ciò che gli sta accadendo e domandargli: “ Cosa stai sentendo? In quale parte del corpo lo senti?”. Già portare attenzione avvia un primo cambiamento di stato. “Te la senti di provare ad entrare più in profondità in questo vissuto?”. A questo punto posso proporre al paziente un’attivazione corporeo-esperienziale che gli consenta di “scendere” e calarsi maggiormente nella sua esperienza interna. A tal proposito L’Analisi Bioenergetica offre un esteso repertorio di tecniche corporee, che utilizzano il movimento, il respiro, l’espressività emotiva, la voce, il lavoro di mobilizzazione oculare che se grazie all’intuito e alla sensibilità del terapeuta vengono utilizzate in modo appropriato, al momento opportuno e in una buona cornice relazionale, possono contribuire ad esplorare e far ritornare in coscienza antiche “storie emotivo-corporeo-relazionali”. Quando queste “riaperture” si verificano oltre che potenziare la connessione tra terapeuta e paziente consentono man mano di “ri-scrivere” vecchie connessioni neuronali o crearne di nuove. La guarigione procede dunque attraverso la riscoperta della percezione corporea ed emotiva e non attraverso uno sforzo di volontà. Lasciando parlare ancora Lowen: “C’è un processo di cambiamento che avviene dall’interno e non richiede sforzi coscienti. E’ chiamato crescita e migliora l’essere. Non è qualcosa che si può fare: quindi non è una funzione dell’Io ma del corpo”. Ritengo che tale risveglio emotivo e corporeo possa accadere solo nella cornice di una relazione terapeutica in cui il paziente possa sentirsi visto con uno sguardo autenticamente presente, affettuoso, accogliente e non giudicante. La mera applicazione di tecniche non cura, ma cura l’utilizzo delle tecniche a supporto del processo psico-corporeo in atto dentro una relazione correttiva “sufficientemente buona”, per dirla alla Winnicott ( psicoanalista inglese che approfondì tra le altre cose il tema della relazione madre-bambino) in cui il paziente senta il diritto di poter esistere davvero per quello che è e in cui circoli una comunicazione che viaggia da cuore a cuore.

Se io ti vedo tu ti senti esistere, se ti senti esistere ti liberi, ti sciogli e ti illumini. E la tua energia che si libera nutre la mia.

Grazie a tutti i miei pazienti che mi danno il privilegio di essere testimone della riscoperta della loro luce, di commuovermi davanti ad ogni momento di rinascita della loro bellezza e di nutrirmi ogni volta con stupore del sacro splendore di questo processo.

Bibliografia

Cinotti N., Zaccagnini C., Analisi bioenergetica in dialogo, Franco Angeli Editore, 2009.

Goleman Tara Bennet, Alchimia emotiva, come la mente può curare il cuore, BUR; 2013 (Best BUR).

Klopstech Angela, Analisi bioenergetica e psicoterapia contemporanea: considerazioni

dialogando con altri approcci e con le neuroscienze, http://www.siab-online.it/pubblicazioni/articoli.

Krishnannanda, Amana, A tu per tu con la paura, vincere le proprie paure per imparare ad amare, Feltrinelli, 2013.

Lowen Alexander, Onorare il corpo, la nascita della bioenergetica nella autobiografia del suo fondatore, Xenia, 2011.

Lowen Alexander, Espansione e integrazione del corpo in Bioenergetica, Astrolabio, 1979.

Lowen Alexander, Bioenergetica, Feltrinelli, 2004, 2013

Marchino Luciano e Monique Mizrahil, La Forza e la Grazia, Commento alla pratica bioenergetica, Bollati Boringhieri, 2012.

Marchino Luciano e Monique Mizhrail, Il corpo non mente, Pickwick Libri, 2014.

Miller Alice, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Bollati Boringhieri, 2008.

Pert Candace, Molecole di emozioni: perché sentiamo quel che sentiamo, Tea Edizioni, 2016.

Siegel Daniel, Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina Editore, 2009.

Vita Heinrich-Clauer, Manuale di Analisi Bioenergetica (Ed. It. A cura di Nicoletta Cinotti e Rosaria Filoni) Franco Angeli, 2013.

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Scrivere 750 parole al giorno può cambiare la vita?

Scrivere 750 parole al giorno può cambiare la vita?

www. rivista Studio. com

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Molti studi dimostrano che tenere un diario fa bene alla salute e migliora le capacità degli individui di affrontare i problemi e le possibilità di individuare delle soluzioni creative.

Lo racconta questo articolo che riporta un post di Quartz sull’utilità delle “Pagine del Mattino”, una sorta di pratica quotidiana consigliata da Julia Cameron in un libro del 1992 di grande successo, The way of the artist .  “L’idea di iniziare questa routine per  Cameron è arrivata quasi per caso, come un modo per «fare qualcosa invece di fissare i propri obiettivi tutto il tempo»” e “le ha permesso di esprimere sé stessa, dalle ansie fino alle preoccupazioni: in questo modo riusciva a sfogarsi. «Quando ci togliamo certi pensieri dalla mente affrontiamo la giornata in modo più chiaro», ha detto paragonando la sua creazione a una forma di meditazione mattutina”-

Per far funzionare le “Pagine del Mattino”  bisogna rispettare però due semplici regole: scrivere al mattino appena svegli e farlo a mano.

Le pagine del mattino sono una sorta di esercizio di  meditazione, sono uno strumento per tutti, accessibile e  a costo zero e sono efficaci! Provare per credere

 

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Di mamma ce n’è più d’una

Di mamma ce n’è più d’una

Anna Maria Testa

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Nella giornata della Festa della Mamma, condivido un articolo di Anna Maria Testa che con Lorella Zanardi, presenta il libro di Loredana Lipperini che si intitola proprio Di mamma ce n’è più d’una.  Per andare oltre la retorica melensa che ci propinano, questo è un  buon punto di partenza per continuare a interrogarci sul  ruolo di madri, ma anche sugli stereotipi e sui sensi di colpa, sui rapporti fra i generi  e quelli con i figli, sull’identità  e sulle scelta delle donne.

Qui il link per  leggere tutto l’articolo.

 

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Il disfattismo e l’arte autodenigratoria

Il disfattismo  e l’arte autodenigratoria

 

METAFORE

 

Quella che Magris chiama “autodenigrazione” non viene applicata a se stessi in quanto individui. A essere denigrati, in realtà, sono sempre gli altri. E questo succede perfino quando il denigratore, travestendosi da anima bella che è vittima, suo malgrado, di un inestirpabile male collettivo, usa l’artificio retorico di mettere anche se stesso nel mazzo dei denigrati ed esordisce con un ecumenico “noi italiani”.
Quel “noi italiani”, implicitamente, sta però a significare “tutti gli altri italiani tranne me, la mia mamma, i miei amici, le altre anime belle che mi seguono e sono indignate quanto me”. E che parleranno al bar di quello che dico. Metteranno un “mi piace” su Facebook. Twitteranno e diffonderanno il ritornello autodenigratorio, gustandosene le parti più saporite come se fossero caramelle, possibilmente senza azzardarsi a distinguere, ad approfondire, a verificare le fonti, insomma: a evitare la fallacia della generalizzazione.

Queste parole pur riguardando un’abitudine consumata di molti italiani, mi hanno ricordato come funzionino spesso, nello stesso modo, i meccanismi individuali di autoassoluzione. Vi ritrovate?

Rifacendosi ad un articolo di Claudio Magris, Anna Maria Testa cerca di spiegare quali siano – in termini comunicativi – le funzioni e  i vantaggi di entrambi.

A questo link, potrete trovare tutto l’articolo, pubblicato da neu (nuovo e utile)

 

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CORPO, CIBO E AUTOSTIMA . ELOGIO DELLA FRAGILITA’

 

Credo anche che l’associazione “corpo, cibo e autostima”, spesso collegata alla questione dei disordini alimentari, debba essere allargata ad una visione del vivere e del sentire quotidiano di cui, a mio parere, sofferenze dell’animo umano legate all’alimentazione, quelle tanto abusate patologie dell’ Anoressia e Bulimia, non fanno altro che esprimere a “tinte forti” e con registri di esagerazione, dimensioni e difficoltà del rapporto con noi stessi che coinvolgono un po’ tutti ed in particolare un po’ tutte le donne.

L’intento è anche quello di dimostrare che, nei sintomi del corpo e del cibo, è possibile scorgere, come nei giochi con le figure ambigue, non solo il malessere ma anche la cura dello stesso, di evidenziare, anzi, di esaltare la funzione del sintomo come “porta” verso noi stessi, come “richiamo ad alta voce” alla ricerca di quel benessere che nasce dalla capacità di creare un equilibrio tra i bisogni interiori e le richieste del mondo esterno e che per sua natura è una competenza che va coltivata al pari di tutte le altre, e non quindici giorni all’anno!

 
Per leggere il testo completo dell’articolo della dr.ssa Volpato, questo il link
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COSA VEDI QUANDO TI GUARDI ALLO SPECCHIO?

L’industria del fitness e dell’estetica hanno saputo cogliere, ed evidentemente “sfruttare”, l’incidenza dell’ “immagine corporea” nel vissuto di benessere del singolo individuo, e i fatturati in ascesa possono in questo senso essere considerati statistiche più che rappresentative dell’importanza che gli individui e le società occidentali danno alla propria immagine.
In altre parole l’immagine corporea sembra avere un non indifferente potenziale d’influenza sulla nostra qualità di vita. Come si giustifica tutto ciò? Tentare una risposta a questa domanda è l’intento di questo contributo.
Ma procediamo con ordine cominciando col definire cosa sia  l’ “immagine corporea”.


Il testo completo dell’articolo della dr.ssa Gloria Volpato è pubblicato nella sezione apposita del sito del Centro Divenire

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