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NATI DUE VOLTE

Nati due volte
di Giuseppe Pontiggia
A. Mondadori, 2010 (Oscar scrittori moderni)













CITAZIONE:

Ricordo il professore che, tre mesi dopo il parto, dietro la scrivania del suo studio, ci aveva rivelato la verità, ovvero quello che pensava. Aveva riflettuto a lungo prima di rispondere, in una penombra carica di angoscia. Non era ricorso alla metafora della sfera di cristallo. Più esperto di medicina e di uomini che tanti suo colleghi, ci aveva detto, con voce pacata e ferma, guardandoci negli occhi: “Non posso prevedere come diventerà vostro figlio. Posso solo fare alcune ipotesi ragionevoli… Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita.” 

RILANCI
Film:
Le chiavi di casa di Gianni Amelio, 2004 (liberamente ispirato al romanzo di Pontiggia) 
Letture:
Lo Strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Mark Haddon, Einaudi, 2003 (Supercoralli) 
Musica:
Mi interessa. Daniele Silvestri, Uno – due, 2002 Sony Music 

GENERE:
Romanzo di formazione 


PAROLE CHIAVE:
Padri e figli,Crescita, Diversità.

TRAMA
E’ la storia di Frigerio e del figlio Paolo, affetto da tetraparesi spastisco-distonica per complicazioni durante il parto. La ricerca di una normalità, a volte vana, altre stupida, altre ancora grottesca si interseca con il difficile tragitto del padre verso il figlio, sempre in bilico tra responsabilità e desiderio di fuga. I bambini disabili nascono davvero due volte, e potremmo dire che il libro è il racconto di questa seconda nascita, affidata all’amore, all’intelligenza e al desiderio di rinascita perché ciò di cui l’handicap racconta è il limite che prima o poi riguarda tutti, disabili e “normali”.

AUTORE:  
Pontiggia nasce a Como nel 1934. Narratore e saggista, pubblica il suo prima racconto nel 1959 su i “Quaderni” della rivista d’avanguardia Il Verri. I suoi romanzi ricevono diversi premi: nel 2001 il Premio Campiello per Nati due volte, nel 1994 Vite di Uomini non illustri vince il Premio Super Flaiano; nel 1989 riceve il premio Strega per La grande sera; nel 1978 è la volta infine del Premio Selezione Campiello con Il giocatore Invisibile 
La sua attenzione di scrittore è durante la sua carriera incentrata sul linguaggio ed è questo il motivo per cui la sua opera è costantemente sottomessa ad attente revisioni. Pontiggia è anche critico e scrive diversi saggi sulla narrativa classica e moderna raccolti in diversi volumi fra cui Il giardino delle Esperidi. 
Muore a Milano nel 2003 


BIBLIOGRAFIA: 
Un elenco quasi completo dei suoi scritti si può trovare qui 


LINK: Scheda sull’autore sulle sue opere più importanti 
Recensione del romanzo proposto 
Intervista su Nati due volte

Altro

Vite di uomini non illustri

Vite di uomini non illustri

Giuseppe Pontiggia

Arnoldo Mondadori, 1990

Vitali Antonio Nasce per parto podalico il 2 luglio 1932 nella clinica Regina Elena di Trento. Sua madre gli ricorderà spesso, nel corso degli anni, i dolori che le ha provocato una nascita simile. Ma solo a cinquantun anni capirà quanto quella anomalia abbia influito sulla sua crescita. Glielo ripete, mentre lo tiene immerso nell’acqua calda della vasca, il 2 luglio 1983, la sua amica di Merano, che gli ha chiesto di rivivere l’evento.

Rilanci

Letture –  Nati due volte, Giuseppe Pontiggia, A. Mondadori, 2010

Visioni – Novecento, Bernardo Bertolucci, 1978

Genere

Biografie

Parole chiave

Biografie, Scrittura, Immaginazione

Trama

Si tratta di una raccolta di diciotto biografie immaginarie che Pontiggia scrisse nel 1993. Il libro racconta la vita di persone comuni e immaginarie, dalla nascita alla morte, cercando di coglierne i tratti essenziali che la contraddistinguono.

Autore

Un ‘accurata  biografia dell’autore, la si può leggere a questo link del  Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani.

Bibliografia

Tutti i libri di Giuseppe Pontiggia disponibili sul sito della Rete Bibliotecaria Italiana

 Contributi

Una recensione apparsa sul blog “Leggere a colori”

 

 

Altro

Il Legame, l’orco e il contenitore

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale, Attilio Gardino, psicoterapeuta, analista bioenergetico, propone questo articolo sulle paure e le figure che le rappresentano nel nostro immaginario

Di seguito il testo dell’articolo:

Il Legame, l’orco e il contenitore

di  Attilio Gardino

Per ciascuno il proprio destino è il suo carattere

(Eraclito)

La paura è un’emozione importante che salvaguarda la vita, ma, quando non è collegabile ad un evento esterno che la giustifichi, che dia senso al suo manifestarsi, genera l’angoscia, l’ansia, il panico, cioè emozioni corruttrici del piacere di vivere. Tali emozioni sembrano non avere un’origine significativa o un bersaglio ragionevole verso cui orientarsi: si muovono attraversando la nostra psiche e il nostro corpo, senza poter essere indirizzate o racchiuse immediatamente in un contenitore di senso. Questo scomodo fenomeno, che caratterizza gran parte dell’umanità, è stato gestito storicamente attraverso la creazione di figure e di luoghi contenitore, che potessero trattenere e dar forma a tutto ciò, permettendo la messa in campo di “adeguate” protezioni

L’orco, i fantasmi, il diavolo, i demoni, l’uomo nero, il lupo cattivo e il sacro1 sono personaggi, spazi, entità, creati al fine di poter gestire quello che prima sembrava non poter essere controllato.

Sono figure in parte antropomorfe partorite dall’uomo, dotate di una loro autonomia, portatrici di un danno specifico e terrificante che rispecchiano esattamente il sentire umano. Sono state coniate per dare una fisionomia e un recinto sicuro a ciò che proviamo, senza di loro non avremmo la possibilità di nominare, né di controllare, né di espellere dalla vita di tutti i giorni questi stati d’animo. Sono parole che evocano luoghi avvolti dal mistero e ben riconoscibili, dove queste entità, questi stati d’animo dimorano: boschi, anfratti, cantine, solai, parti del corpo, case disabitate, luoghi del sacro. Sono contenitori che accolgono, separando, il quotidiano da questi stati emozionali indifferenziati fra paura e desiderio. Questa modalità di “separazione”, abbondantemente collaudata nel tempo, è volta ad imprigionare e confinare sensazioni, emozioni innominabili e conseguentemente inspiegabili.

Così nascono i racconti delle paure indicibili e incomprensibili, che si articolano nelle metafore della fame divoratrice (orco, lupo), della sessualità corruttrice (diavolo, satana, demoni), della separazione mortifera (uomo nero, donna con la falce, fantasma), del panico2 per l’ignoto e l’immenso (il sacro). Lo spostamento di senso, proprio della metafora, rende comprensibile ciò che prima non lo era e nominabile ciò che prima rimaneva privo di parole. Il timore di essere divorato o di divorare acquista diritto di senso se si suppone possa esistere un uomo dotato di una grossa testa in grado di nutrirsi di bambini. L’immensità irrappresentabile dell’universo in cui siamo immersi genererebbe il terrore dello smarrimento, la vertigine del vuoto se non subentrasse il sacro a contenerla con i sui racconti, con le sue metafore, con i suoi luoghi e con i suoi addetti. La metafora è lo strumento aureo che alimenta i nostri processi di comprensione e di individuazione di senso. Com-prendere (prendere-con) permette il superamento dell’impotenza e l’accesso al potere dato dal controllo sul fenomeno, ponendo dei limiti alla paura attraverso il confine della classificazione, generato dalla metafora stessa.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Bob Levy, un antropologo psicoterapeuta. Levy si era posto il problema del perché a Tahiti (isola incantevole) vi fossero così tanti suicidi. Scoprì che gli abitanti di quest’isola non avevano il concetto di dolore al di fuori di quello fisico. Lo provavano. Lo conoscevano. Ma non avevano un concetto o un nome per identificarlo. Non lo consideravano un’emozione normale. Non aveva dei rituali collegati. Nessuna terapia, niente del genere. Mancava loro un concetto necessario, una parola e finivano per suicidarsi troppo spesso …(“Non pensare all’elefante!” di George Lakoff, Fusi Orari, Roma, 2006).

Questa scoperta evidenzia che la cognizione e la parola hanno un legame inscindibile ed estremamente forte, tanto quanto è forte la necessità di dar voce relazionale al sentire corporeo. In assenza di una parola-cognizione è, a volte, preferibile morire.

La difficoltà di nominare alcune sensazioni ed emozioni è generalmente riferibile a tre cause che a volte possono sommarsi: povertà lessicale/culturale, un’eziologia preverbale e una censura morale.

Le persone affette da fobie riferibili a oggetti innocui: farfalle, scarafaggi, uccelli, maniglie, ecc. conoscono l’imbarazzo nel manifestare il legame apparentemente illogico fra l’oggetto, (le farfalle), il loro sentire gravido di timore (angoscia) e il comportamento conseguente (evitamento). Il legame tra la parola, il fenomeno e la cognizione sottesa è spezzato dalla censura ambientale e conseguentemente rimosso, generando l’impossibilità d’accedere all’esperienza originaria, matrice dello stato emotivo. Lo spostamento simbolico su oggetti meno inquietanti attenua la sofferenza originaria, ma priva la parola della sua capacità di significare compiutamente l’esperienza stessa, condannando la persona alla perdita di potere sul processo e all’isolamento “vergognoso” che accompagna frequentemente la fobia. In altre parole l’oggetto fobico che cerchiamo di tenere a bada attraverso strategie di evitamento, ci protegge dall’angoscia sottostante dell’esperienza originale rimossa, ma ci lascia impotenti ed incapaci di afferrare il senso del nostro disagio autentico e imbarazzati o vergognosi della nostra fragilità di fronte a oggetti apparentemente innocui.

Questa impossibilità aggrava nel tempo la sofferenza che, come ricordava Shakespeare, potrebbe esprimersi anche attraverso la strada somatica: “Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi” (Macbeth Atto IV). Tali modalità somatiche e tali comportamentali (sintomi), sono patrimonio dell’inconscio e sono privi di quel canale psico-espressivo offerto dal linguaggio e con il quale abitualmente manteniamo e alimentiamo il contatto e la relazione con l’altro.

La capacità che ha la parola “giusta” di produrre fastidio e irrequietezza, quando ci “sfugge”, è complementare al senso di quiete e appagamento che sopraggiunge ogni qualvolta la si “ri-acciuffa”.
In questa frase la “parola giusta” acquisisce, grazie alla metafora: “la parola (ci) sfugge”, una sua autonomia e indipendenza. La parola che sfugge non è più solamente un suono, un modello sonoro, ma un essere animato e come tale in grado di poter fuggire; la parola assimilata metaforicamente al vivente potrà legittimamente sottostare al codice morale che la giudicherà giusta o sbagliata. La sofferenza che incontriamo nel cercare la parola che “sfugge”, la frase che non emerge, il discorso che non si compie è proporzionale all’importanza dell’investimento emotivo, valoriale, esistenziale sotteso all’esperienza e al contenuto che vogliamo esprimere verbalmente. Quando invece la congiunzione fra esperienza, contenuto e forma verbale si realizza armonicamente, scopriamo il senso di quiete che la parola, la frase, il motto, la poesia, determinano nel costruire una relazione fra il nostro mondo interno, il vettore simbolico e l’interlocutore. “La parola ci sfugge” è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora, nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche e che attiviamo attraverso il linguaggio, accedendo alla comprensione. Ciò che è astratto viene rappresentato attraverso un’esperienza antica e concreta, che chiamiamo metafora. Osservando il linguaggio da questo punto di vista emerge in forma lampante quanta concretezza e quanto corpo ci sia nelle parole e nella psiche.3

Ogni famiglia è assimilabile all’isola di Tahiti e in ogni isola famiglia si sviluppa una cultura molto simile ad altre, quanto differente.

Le parole ei legami fra di esse formano il racconto della vita di ogni individuo, dando forma alla propria consapevolezza ed identità.

Se la mancanza di un’idea e della parola che la rappresenti nel definire uno stato senso-emozionale percepito può portare al suicidio, cosa potrebbe succede quando in un’“isola” famiglia alcune parole vengono sottaciute, proibite, sostituite con altre deformando o negando la possibilità di accesso al senso sotteso?

Allo stesso modo che a Tahiti, la cognizione del sentire corporeo, gli stati emozionali, sensoriali e quindi relazionali perderanno il diritto di cittadinanza; non potendo essere simbolizzati in forma adeguata, assumeranno vesti più consone all’ambiente, in un processo di manipolazione, spostamento, scissione e rimozione che favorirà e obbligherà l’esperienza originaria a scomparire in un inconscio psico-linguistico e psico-fisico, ovvero nell’inconscio.

Poco importa che la parola ci sia se non può rappresentare compiutamente l’esperienza.

Ogni singola esperienza partecipa a strutturare la persona sia ad un livello energetico che ad uno simbolico e ogni singola esperienza si caratterizza come elemento del sistema persona, sistema altamente complesso.

Fino a metà degli anni sessanta, primi anni settanta (nascita della rivoluzione sessuale), l’accesso alla sessualità era normato rigidamente, soprattutto per quella femminile e per quella omosessuale: la verginità era un valore da conservare fino al matrimonio e tutte le parole inerenti a questa funzione erano censurate o pronunciate con “licenza parlando”, licenza che veniva invocata anche per parole vagamente associate ad essa come ad es. piede, ed altre ancora. Il piacere dell’atto sessuale per la donna era un evento casuale più che preteso o dovuto. L’orgasmo femminile e maschile, sintesi ultima del piacere sessuale, genera, quando si verifica, una forte scarica energetica, che W. Reich considerava centrale nell’equilibrio psicofisico della persona. In quegli anni l’omosessualità era un comportamento indecente, relegato, a seconda dei Paesi, allo stato di reato, di malattia o di perversione e conseguentemente da “curare” con la prigione, con farmaci o con la psicoterapia.. La rivoluzione sessuale in questo caso nasce e si manifesta al mondo con la necessità d’inventare una nuova parola che definisse questo comportamento: GAY. Parola che sostenuta dall’energia generata dall’orgoglio gay (diritto di esistere), ha permesso la nascita del movimento e del confronto scontro con una società sessuofobica. Questo esempio dovrebbe poter testimoniare come energia e simbolo siano fortemente connessi, ma questa connessione, anche se meno evidente, è presente in tutti i casi.

Se assimiliamo la persona ad un sistema organizzativo altamente complesso, composto da innumerevoli parti, elementi che interagendo fra di loro operano al fine di realizzare scopi di varia natura interni ed esterni al sistema, dovremmo considerare quanto la coerenza interna ed esterna con l’ambiente, determini l’efficacia del sistema stesso nella realizzazione dei suoi scopi: vivere.

La coerenza di un sistema diventa un elemento di primaria importanza per la sua sopravvivenza: ciascun sistema organizzativo, per rimanere efficace, deve adeguare le proprie strategie all’ambiente esterno, ma questa flessibilità sarà data in parte dalla coerenza fra gli elementi del sistema stesso.

Prendendo in considerazione due macro sotto sistemi, del più ampio sistema persona: il corpo inteso come processo energetico, sensoriale ed emozionale e la mente intesa come processo simbolico/linguistico, cognitivo si può affermare che la loro interazione con il sistema ambiente, nella fase evolutiva, possa generare coerenza o incoerenza nel sistema persona.

Quando una o più esperienze necessarie al flusso della vitalità, sulle quali si struttura l’identità dell’individuo, è composta da funzioni inesprimibili e da parole indicibili o inadeguate a rappresentarla, si genera un’incoerenza che si riflette su tutto il sistema persona.

II problema quindi non risiede in un modello astratto di essere umano, ma nel livello di coerenza generato all’interno degli elementi del sistema persona e nell’interazione con il sistema ambiente. L’organizzazione pertanto è efficace nella misura in cui i diversi elementi del sistema: corpo, mente e ambiente sono tra loro interdipendenti e coerenti: il sistema diventa inefficace quando alcuni elementi diventano incoerenti, all’interno di uno o di più sistemi, generando un’incoerenza, un conflitto fra i sistemi stessi. Questa prospettiva svincola la sofferenza dall’angusto ambito individuale della malattia mentale ricollocandola nello spazio di sua pertinenza: la società. La sofferenza sarebbe “solo” il sintomo di una dissonanza, incoerenza fra sistemi organizzativi complessi.

In questa prospettiva possiamo osservare i caratteri descritti da Reich e da Lowen come lo sforzo che il bambino, futuro adulto, opera per cercare di dare un’armonia ad un sistema percepito come disfunzionale ed è solo quando questo sforzo non riuscirà a produrre il risultato atteso: congruenza fra i sistemi corpo, psiche e ambiente, che la sofferenza assumerà un aspetto manifesto.

L’impegno del bambino tanto più sarà oneroso nel dare coerenza a risposte disfunzionali ricevute dall’ambiente, come Paul Watzlawick ha così efficacemente descritto, quanto più difficilmente sarà disposto ad abbandonare la soluzione individuata. Quello che gli psicologi chiamano resistenza, in questa prospettiva, acquista la qualità conservativa di un prodotto altamente prezioso, in quanto generato da uno sforzo significativamente oneroso per produrlo. Si potrebbe pensare alla nevrosi come l’esito dell’impegno organizzativo per riportare l’esperienza in una cornice di coerenza e di senso che possa guidare i comportamenti futuri e al disturbo nevrotico o sofferenza nevrotica come l’espressione dell’inefficacia dello sforzo.

Un’importante funzione genitoriale è quella di aiutare il bambino a classificare la realtà interna ed esterna attraverso l’individuazione e l’attribuzione di vocaboli, nella lingua utilizzata dal sistema famiglia, ritenuti coerenti con l’oggetto individuato; successivamente quella di presentare le funzioni che gli oggetti parole assolvono e infine la pertinenza, la legittimità o meno della funzione in base al contesto (insieme di oggetti parola) e al giudizio che il sistema famiglia attribuisce agli stessi. Questo processo iniziato con la lallazione e approdato alle prime parole: mamma, papà, pappa, ecc. non finirà più. L’apprendimento è l’acquisizione di sempre nuove parole che definiscono nuove realtà e nuove realtà che per esistere necessitano di nuove parole o di realtà nuovissime, che chiamiamo scoperte, per le quali inventiamo o attribuiamo nuove parole: i figli, le stelle, le particelle elementari, le malattie, i virus, ecc. ne sono un esempio. La realtà per esistere agli occhi dell’umanità ha bisogno di parole; è la parola che da cittadinanza alla realtà nel mondo solitario e simbolico dell’uomo.

Quando esploriamo sensorialmente ed energeticamente il nostro corpo-persona lo facciamo pensando, il più delle volte, di operare percettivamente senza l’ausilio della parola, ma se questo fosse vero incontreremmo la stessa angoscia degli uomini di Tahiti o quella dei bambini privi di un contenitore verbale in cui imprigionare le proprie angosce. Per fortuna in tutto il mondo esistono le metafore, le favole, le religioni e in alcuni casi la scienza stessa: racconti (metaforici) che attraverso la concretezza delle situazioni, assolvono alla funzione di rappresentare quel mondo astratto che chiamiamo coscienza e in-coscienza (in-conscio) percorso da flussi emozionali a volte paurosi.

Da cosa sono prodotte queste angosce, paure? La risposta credo sia sufficientemente complessa e al di là delle possibilità di questo articolo, l’ipotesi che però formulo egualmente è legata al potere del processo simbolico. Se la parola può essere rassicurante, in base al gioco degli opposti, la realtà muta, innominabile dovrebbe necessariamente essere terrificante. Le parole costruiscono e definiscono il recinto di senso in cui abitiamo, sono uno spazio rassicurante che ha come scopo quello di escludere i barbari 4, ovvero tutto ciò che fa paura: la realtà non simbolizzata.

Ma non potrebbe essere proprio questa esclusione a generare la nostra paura?

La parola orco e le parole in genere assolvono il compito di contenere le nostre percezioni, i nostri stati d’animo; senza di esse sembra che si sia incapaci di rimanere in contatto con i nostri vissuti. La placenta ci avvolge proteggendoci e rappresenta il confine entro cui definiamo noi e il mondo.

Il mondo però è ben più grande, ma non lo sappiamo; in quello spazio, forse angusto, sicuramente caldo e rassicurante, si sviluppa la vita che noi conosciamo. È una realtà quella del feto giocata su di una dualità estremamente limitata, quasi compenetrata l’una nell’altra: il mondo interno e quello esterno sembrano un tutt’uno. Io e l’altro sono due dimensioni quasi sovrapponibili. La nascita potrebbe rappresentare la conquista dello spazio, l’uscita da una dipendenza forzata e limitante. Una volta nati però necessitiamo nuovamente di un contenitore, sicuramente più ampio, ma altrettanto indispensabile come la placenta: la pelle e le braccia della mamma – l’holding materna o del caregiver.

Il grembo materno si è sicuramente ampliato, ma la necessità di essere contenuti permane. Questo rapporto, questa necessità, continua in una crescita che si svilupperà dalla famiglia all’ambiente sociale, fino a quel ventre protettivo di senso che è il nostro mondo simbolico. Senza la parola, senza la capacità di tradurre il percepito in simboli, non siamo in grado di sopravvivere. Il mondo simbolico in cui operiamo è quindi assimilabile ad un ventre in cui vivere protetti da quel senso rassicurante di contenimento che il processo simbolico genera ma erroneamente facciamo coincidere il mondo intero al nostro universo simbolico5.

Anche l’analisi e quindi l’analista sono assimilabili ad un contenitore ove deporre il corpo simbolico e quello energetico. Il paziente non può entrare in questo spazio “solo con uno dei due corpi”, né il terapeuta può entrarci o considerare solo uno dei due, sarebbe come abbracciare un bambino con un solo braccio, azione possibile quanto incompleta e carente. La terapia sarà quindi un processo gestazionale che non durerà sicuramente nove mesi, ma che avrà come scopo l’individuazione delle incoerenze che rendono il sistema persona disfunzionale, l’acquisizione di consapevolezza sia a livello energetico che simbolico e finalmente il loro superamento, per giungere ad una riorganizzazione di maggior coerenza che permetta la riconquista di “contenitori” o dipendenze sempre più funzionali al flusso della vita.

La coerenza del sistema persona è riferibile quindi al legame che unisce il significante (parola-frase) al significato (esperienza sensoriale antica custodita dal corpo) e alle loro interrelazioni con l’ambiente. Quando le esperienze acquisite nell’infanzia sono troppo angoscianti o troppo appesantite dal senso di colpa, la realtà verrà manipolata affinché si possano ridurre le dissonanze fra i vari sistemi: corpo, mente e ambiente. Questa manipolazione subita e operata produrrà effetti sia a livello energetico, limitando o dilatando alcune funzioni, sia a livello simbolico operando sul legame tra la parola-frase e la realtà senso-emozionale da essa rappresentata. Il legame che unisce la parola-frase alla realtà interna ed esterna alla persona, assume la funzione di cordone ombelicale al quale siamo legati e dal quale dipende e dipenderà la qualità della nostra vita.

Rendi cosciente il tuo inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino

(Carl Gustav Jung)

Note

1  (Vocabolario Toreccani) Si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce.

2 Pan, dio greco e romano, figlio di Ermes e di Driopa, è la matrice del termine panico: la paura al suo massimo grado, ma è anche il dio dei boschi, dello stupro, della masturbazione e dell’urlo terrificante della natura. La religione cristiana lo trasformerà successivamente in Satana simbolo del male assoluto verso, il quale il “buon credente” lotterà per mantenersi nel bene. Pan rappresenta con il suo corpo la congiunzione tra l’uomo cultura e l’uomo natura (animale) e il timore desiderio che si genera da questo legame.

3 Nell’espressione sopra usata:) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il La parola ci sfugge è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche.” la parola che sfugge assume la qualità del vivente, ma anche quella di elemento d’arredo, insieme alle esperienze vissute a livello corporeo e la psiche poi per poter essere arredata deve assumere un qualità spaziale di mondo: “il nostro mondo simbolico.) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il ) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il

4 Barbari: originariamente chi pronunzia suoni sgradevoli inarticolati simili a quelli degli animali: la lingua dello straniero assimilabile al balbuziente

5 il 95% della materia/energia è sconosciuto alla scienza

Altro

Fato e furia

 

Fato e Furia

Lauren Groff

Bompiani, 2016 (Narratori stranieri)

 

Due persone risalivano la spiaggia . Lei era bionda ed elegante nel suo bikini verde, malgrado fosse maggio nel Maine e facesse freddo. Lui era alto, vivido, emanava uno sfarfallio luminoso che saltava all’occhio e lo teneva avvinto. Si chiamavano Lotto e Mathilde.

Per qualche istante osservarono una pozza di marea piena di creature spinose che svanivano sollevando riccioli di sabbia. Poi lui prese il viso di lei tra le mani, la baciò sulle labbra pallide. Avrebbe potuto morire di felicità in quel preciso istante. Immaginò il mare gonfiarsi per risucchiarli, scarnificandoli con la sua lingua e rivoltare le loro ossa in un abisso di molari corallini. Se lei era al suo fianco, pensò, se ne sarebbe andato cantando.

Insomma era giovane, aveva ventidue anni e si erano sposati quella mattina, in segreto. L’eccesso, viste le circostanze, era perdonabile.

Rilanci

LettureLa donna giusta, Sandor Marai, Adelphi, 2004

Film Basta che funzioni, Woody Allen, 2009

Musica La cura di Franco Battiato

 

Genere

Narrativa

Parole Chiave

Amore, matrimonio, identità, arte, teatro

Trama

“Per alcuni la vita è sogno. Lotto e Mathilde, il ragazzo d’oro e la principessa di ghiaccio, si conoscono alla fine dell’università e si sposano subito: giovani, bellissimi e innamorati, si avviano verso un destino di felicità. Lotto depone senza troppo dolore le ambizioni da attore per diventare celebre come autore teatrale, e Mathilde si rivela la moglie ideale, la musa silenziosa: lui ama le luci della ribalta e lei sceglie il riparo delle quinte, lui è fiducioso e aperto verso le persone e il futuro, lei è più oscura e sfuggente. Ventiquattro anni di matrimonio per una coppia perfetta, quella che vedono – a credono di vedere – tutti da fuori: ma basta cambiare punto di vista e la maschera cade. Il fato cala senza pietà; e Mathilde è la furia che libera un carico di rivelazioni. Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale, una tragedia animata da due personaggi folgoranti: perché ogni storia ha due facce, e la chiave di un matrimonio non è la verità, ma il segreto.” ( dal sito dell’editore Giunti-Bompiani )

Autore

Vive a Gainseville, in Florida. Scrive regolarmente per il “New York Times”, il New Yorker”, l'”Atlantic Monthly” e tutte le più importanti riviste letterarie americane e internazionali. I suoi racconti sono stati selezionati più volte per la prestigiosa raccolta Best American Short Stories.
Arcadia è stato nominato uno dei romanzi più belli del 2012 dal “New York Times”, dal “Washington Post”, da “Kirkus Reviews”, da “BookPage”, da “Vogue”, da “Salon”, da “Book Riot” e da molti altri giornali e blog di lettori. Tra gli altri suoi titoli ricordiamo: I mostri di Templeton (2008) e Fato e furia (2016). (notizie biografiche tratte da  wuz. it )

Bibliografia

Tutti i libri di Lauren Groff, anche in formato e-book, da leggere e prenotare sul portale di Rbbg, la Rete bibliotecaria bergamasca

 

Link

Una recensione di Christian Raimo dal sito web della rivista “Internazionale”

L’intervista all’autrice, Lauren Groff su Minima & MOralia, curata da Adriano Ercolani

Ancora un’interessante recensione di Annalisa de Simone apparsa su Il magazine de’ Il sole 24ore

 

Altro

Globalia

Globalia

Jean – Christophe Rufin

Edizioni E/O, 2016 (Dal Mondo)

globalia

 

Il problema è che la gente ha bisogno della paura. Forse lei no, ma è un’eccezione. Gli altri, tutti gli altri, perché crede che accendano i loro schermi la sera? Per sapere a cosa sono sfuggiti. E non è un lusso da ricchi, come dice lei.  I ricchi sono molto poveri in materia. Vede la paura è rara. Intendo la paura vera, quella con cui ci si può identificare, quella che ti sfiora la punto di farti cuocere la pelle, quella che ti entra nella memoria e ti si ripropone a ciclo continuo giorno e notte. Eppure è un ingrediente vitale. In una società di libertà, è l’unica cosa che tiene insieme le persone. Senza minacce, senza nemici, senza paura, che motivo ci sarebbe di obbedire, lavorare, accettare l’ordine delle cose? Mi creda, un buon nemico è la chiave di una società equilibrata

 

Rilanci

LettureL’uomo in fuga, Stephen King

Film – Elysium, Neill Blomkamp, Stati Uniti, 2013

 

Genere

Narrativa

Parole Chiave

Distopia, Futuro, Paura, Sicurezza, Fuga, Scelte

 

Trama

“In un futuro prossimo, così prossimo da apparirci verosimile in maniera preoccupante, il pianeta è un unico grande stato in cui vige la democrazia perfetta: Globalia. A Globalia non c’è più povertà, non ci sono guerre, c’è totale libertà di opinione, la medicina ha fatto progressi tali che la vita umana sfida i secoli, la tecnologia è talmente progredita che non c’è più nemmeno il brutto tempo! È come se Globalia si fosse isolata dai problemi che affliggono il mondo ordinario. E l’isolamento è concreto, oltre che metaforico, perché i suoi territori sono protetti da gigantesche cupole di vetro che la separano da tutto il resto. Il resto sono le non-zone, i territori che Globalia non ha ritenuto opportuno inglobare e che, lasciati a se stessi e precipitati nel degrado, sono abitati da un’umanità regredita alla barbarie, un’umanità violenta, diffidente, brutale. A tenere le fila di un sistema che apparentemente tutela l’individuo, ma in realtà lo controlla in maniera ossessiva, è un ristretto pool di magnati ultracentenari guidati da Ron Altman, da cui dipendono tutte le fonti di energia. A sfidare quella finta perfezione penseranno Baikal e Kate, due dei rarissimi giovani rimasti in quel mondo popolato da vegliardi, con un avventuroso tentativo di evasione che li porterà a confrontarsi direttamente con Ron Altman in una rocambolesca successione di colpi di scena” (da Google Books)

Autore

E’ un  medico e uno scrittore francese, membro dell’Académie française. È il presidente di Action contre la faim e uno dei fondatori di Medici senza frontiere. È l’ambasciatore francese in Senegal. Con i romanzi L’Abyssin, tradotto in italiano con L’abissino,  e Rouge Brésil, Rosso Brasile, vince per due volte il Premio Goncourt.

Bibliografia

Tutti i libri di Jean-Christophe Rufin nel catalogo di Rete Bibliotecaria Bergamasca

 

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La scheda del libro sulla pagina delle edizioni E/O

La recensione del romanzo e l’intervista all’autore di Andrea Coccia, dal sito L’inkiesta

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PIACERE PIACERSI: COME NUTRIRE L’AUTOSTIMA CORPOREA

L’interessante articolo di Francesca Scarano, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento bioenergetico, che collabora stabilmente con il Centro Divenire, riprende e approfondisce le tematiche trattate in un’affollata e partecipata conferenza, svoltasi qualche settimana fa al Centro Culturale Roberto Gritti di Ranica.

Di seguito il testo dell’articolo:


Piacere Piacersi:  come nutrire l’autostima corporea
di Francesca Scarano


Le pressioni sociali verso un’immagine corporea ideale, associata spesso alla snellezza e ad una bellezza e fisicità perfette, ci raggiungono sin da subito attraverso giornali, pubblicità e televisione e in giovanissima età attraverso il rimando, a volte doloroso e umiliante, dei coetanei. Tant’è che il timore di essere sovrappeso, il sentirsi inadeguati e a disagio nel proprio corpo, il non piacersi e la sensazione di non piacere, sono vissuti sempre più diffusi e possono svilupparsi addirittura già nei bambini per poi dilagare in adolescenza ed essere trascinati pesantemente anche in età adulta.

Il non piacersi può a volte prendere una traiettoria ben precisa, che è quella che in alcuni casi porta all’insorgenza di disturbi del comportamento alimentare; in tali casi cui un’alterata valutazione del proprio corpo, delle sue forme e dimensioni, conduce ad un profondo senso di insoddisfazione ed inadeguatezza con rovesci sull’autostima e sul senso del proprio valore.

I dati sono allarmanti: 2 milioni di persone in Italia, 10 adolescenti su 100 soffrono di questi disturbi, fino ad un po’ di tempo fa soprattutto donne, da circa 10 anni il disagio riguarda anche gli uomini. Inoltre diverse ricerche confermano che segnali di insoddisfazione per l’immagine corporea ( principale predittore dell’insorgenza dei DCA) siano presenti già in bambini a partire da 7/8 anni di età.

E questi campanelli di allarme io credo ci obblighino a fermarci, interrompere la corsa, respirare e sentire cosa sta accadendo dentro e fuori di noi, crearci un equipaggio che ci consenta di fronteggiare le pressioni di una società “narcisistica” in cui potere, invulnerabilità ed apparenza diventano valori condivisi e costantemente veicolati su tutti i fronti, una società edulcorata in cui siamo bombardati da messaggi che ci dicono che il benessere è associato al consumo di beni e il sentimento di adeguatezza alla conformità a modelli ideali dominanti; modelli che quotidianamente raggiungono le nostre case e le nostre famiglie attraverso i media e che sostengono un’illusione ed un mito condiviso: che si possa fermare il tempo ed essere sempre giovani, belli, sani, simpatici, possibilmente con addominali scolpiti e fondoschiena da urlo, allegri e invulnerabili, insomma….non essere umani!

Così accade che qualità personali come la sensibilità, l’intelligenza, l’ascolto delle emozioni e della voce del corpo, la cultura, passino inosservate in primis ai nostri occhi e al nostro sguardo severo e giudicante che si confronta con l’ultima velina o l’ultimo macho man di turno. L’equazione disfunzionale diffusa ci dice che bellezza è uguale a magrezza e che da tale magrezza dipenda la nostra autostima o addirittura il nostro valore e la nostra efficacia sociale, il successo che avremo nelle relazioni e magari la nostra felicità. Quindi perdere peso e modellarsi in conformità a tali modelli significa sentirsi forti e vincenti, qualche chilo in più equivale a sentirsi brutti, perdenti e inaccettabili nelle relazioni con gli altri. Nella società occidentale l’estetica del bello e del magro è diventata la chiave interpretativa del nostro valore sociale e l’autostima è sempre più basata su forma e dimensioni del corpo piuttosto che su altre qualità.

“ E’ per questo che hanno così successo sia la bilancia che i “mi piace” facebookiani – dice la Dott.ssa Volpato nella conferenza da me condotta su questo tema (conferenza che si inserisce nel progetto “Il potere del Sentire” organizzato dal Centro Divenire e il Comune di Ranica), a cui ha presenziato portando il suo prezioso contributo – perché ci dicono ogni giorno se andiamo bene o no. Il problema è che ridurre al piacere ad altri e al piacersi il senso della nostra vita fa si che tutte le nostre istanze vengano messe al servizio dell’unico progetto di ottenere un’immagine vincente, e questo ha un caro prezzo proprio in termini di potere del sentire ”. [1]

Facendo riferimento ai disturbi del comportamento alimentare si parla ormai di “epidemia sociale”, di sindromi “culture bounded” , ossia di patologie che esprimono, io aggiungerei, che urlano a squarciagola, il disagio di un’epoca, un’epoca nella quale mai come adesso, il corpo sembrerebbe diventato intimo ( per l’attenzione a volte spasmodica alla cura del suo aspetto esteriore) ed estraneo al contempo. In questa frenetica corsa verso il modellamento del corpo, verso la correzione dei suoi “difetti”, verso il suo utilizzo come strumento per fare e raggiungere obiettivi, in questa società in cui soddisfare gli standard ideai dominanti diventa il primo obiettivo da raggiungere per piacere e per piacersi, quanto permettiamo al corpo di ESSERE? Quanto ascolto diamo ai segnali che arrivano del suo interno? Quanto lo rispettiamo intimamente?

Naturalmente parliamo di un disagio che non è determinato esclusivamente da pressioni sociali ma piuttosto scatenato o rinforzato da queste ultime e che rappresenta pertanto un mix tra fragilità narcisistica e condizionamento ambientale; le pressioni sociali trovano terreno fertile su un campo minato da un senso incerto ed instabile della propria identità, dall’ esodo dal proprio corpo e dalla propria soggettività e da alcune peculiari caratteristiche individuali che hanno a che vedere con un persecutorio e martellante perfezionismo, con il costante bisogno di approvazione altrui, con la scarsa fiducia nel proprio valore che diventa causa ed effetto al contempo in un circolo vizioso faticoso da sostenere.

“Non mi piaccio, non sono abbastanza, non valgo abbastanza” sono frasi che sento uscire sempre più spesso dalla bocca dei miei pazienti, con un implicito di sottofondo che è “ Se non sono abbastanza…se non valgo abbastanza… allora non sono nemmeno degno di amore”. Frasi accompagnate da due emozioni di fondo, il dolore, più evidente e consapevole e la vergogna, che soggiace subito sotto quel dolore.

Io credo che queste frasi siano espressioni di un disagio che incarna una battaglia psicologica tipica di una folto numero di donne e uomini che si sentono insicuri, inadeguati e pieni di difetti, che non si sentono autorizzati ad esistere se non a patto di negare se stessi, i propri bisogni e desideri più autentici nello sforzo abissale di diventare ciò che realmente non sono. Siamo di fronte ad una fragilità narcisistica che ci parla di un senso di identità precario e traballante, in cui il silenzio del corpo, l’utilizzo di quest’ultimo come corpo macchina, l’idea onnipotente di poter controllare le emozioni, diventano l’unica strada per proteggersi da un mondo interno sentito come minaccioso. Il non piacersi è quasi sempre associato ad una tendenza a puntare i riflettori del proprio sguardo su ciò che manca e su presunti difetti piuttosto che su ciò che c’è e l’appuntamento con lo specchio è spesso umiliante e doloroso, in un gioco di rimandi derivanti più dal proprio interno che dall’immagine oggettivamente riflessa dallo specchio.

Perché come Alexander Lowen, padre della Bioenergetica ci ricorda “La realtà ha due facce o aspetti. Il primo aspetto è la realtà del corpo e delle sue sensazioni. Questa realtà viene percepita soggettivamente. Il secondo è la realtà del mondo esterno … Ogni distorsione delle percezioni interne causa una distorsione delle percezioni esterne, dal momento che percepiamo il mondo attraverso il corpo” .[2]

Questo significa che la nostra percezione della realtà non è mai per nessuno totalmente oggettiva ma presenta sempre un certo livello di distorsione. Essa è sempre filtrata dalla nostra armatura caratteriale, ossia dalle difese psico-corporee che abbiamo strutturato nel corso della nostra storia per proteggerci da emozioni troppo spiacevoli per noi; queste ultime ci portano a selezionare alcune informazioni conformi ai modelli di noi e degli altri che ci siamo costruiti nel corso della nostra infanzia, ignorandone altre e contribuiscono a rinforzare rigide modalità comportamentali, ossia dei copioni che si autoperpetuano. Tali copioni sostenuti da un cocktail di tensioni psico-corporee a difesa di emozioni rimosse e conseguenti credenze disfunzionali, creano spesso profezie che si autoavverano. Ciò significa che inducono la realtà a rispondere sulla base di ciò che noi percepiamo e che di conseguenza portiamo nel mondo e nella relazione con gli altri. Poniamo il caso che abbia fatto esperienza nella mia vita infantile di una relazione con le figure più significative per me, di una mancanza di sintonizzazione e di empatia con i miei vissuti, che io non sia stato vista ed accolta per ciò che ero; è probabile che per non risperimentare quella vecchia ferita e il doloroso sentimento di non essere stata vista ed accolta io trancerò, scindendomi, le sensazioni emotive e corporee in modo da difendermi e non sentire ciò che è accaduto. Questo mi porterà ad andare nel mondo rendendomi inconsapevolmente invisibile ( perché sarò in primis invisibile a me stessa), e tormentata da istanza ambivalenti, da desiderio e paura: il desiderio di essere finalmente vista ed accettata “ Perché non mi guarda nessuno, ma non vedete che sono qui, guardami” e la paura dello sguardo altrui “Ma perché mi guardi, che vergogna, vorrei sprofondare”, che sarà percepito come giudicante e severo (come il nostro sguardo interiore, interiorizzato a seguito di questa non accettazione). A seguito di ciò è molto probabile che non essendo visibile e accettata per ciò che sono in primo luogo ai miei occhi non potrò naturalmente essere vista profondamente e accolta nemmeno dagli altri. E allora dirò a me stessa: “Hai visto che ho ragione a non mostrarmi? Tanto anche se provo ad espormi nessuno mi guarda e mi accetta per come sono” trovando conferma nel mio modello mentale originario in un circolo vizioso che rinforza dispercezione, emozioni spiacevoli e pensieri negativi disfunzionali.

Ma proviamo vedere a cosa mi riferisco quando parlo della percezione che abbiamo di noi stessi, ossia della nostra immagine corporea. L’immagine corporea ha a che fare con il modo in cui sperimentiamo e percepiamo il nostro corpo, sia con le idee e con la rappresentazione mentale del nostro aspetto fisico che con i sentimenti e le emozioni sulla nostra corporeità, determinati anche dagli effetti del nostra aspetto nella vita quotidiana e nelle relazioni sociali. Quando tale percezione è distorta si innescano spirali di pensieri negativi e disfunzionali (“ Sono brutto/a, non mi piaccio, non piaccio a nessuno, non valgo niente, non sono degno di stima e di amore”) che a loro volte innescano turbolenze emotive che vedono protagonisti la vergogna, la frustrazione, il senso d’inadeguatezza, imbarazzo e disagio, desiderio di sparire. Ciò porta a comportamenti difensivi e adattivi come ad esempio nascondere alcune parti del corpo, isolarsi dalle relazioni sociali, intensificare il controllo e le restrizioni alimentari per raggiungere l’ideale desiderato, controllare ossessivamente il corpo allo specchio alla ricerca di difetti da correggere. Tali comportamenti a loro volta rinforzano emozioni, pensieri negativi e dispercezione in un circolo vizioso con cui può diventare davvero penoso e doloroso convivere che abbassa sempre più l’autostima ed intensifica la sensazione di essere sbagliati, difettosi, di non andar bene così come si è. La nostra autostima infatti deriva dallo scarto tra come noi ci percepiamo e l’immagine ideale che vorremmo raggiungere che abbiamo creato nella nostra testa. Per cui quanto più è presente dispercezione corporea e quanto più è alto l’ideale tanto più bassa sarà il nostro piacerci e la sensazione di poter piacere.

Ma qual è l’origine di tale fragilità narcisistica e di un’immagine corporea negativa e/o distorta?

L’immagine mentale del corpo ed il senso d’identità si costruiscono a partire dai primi giorni di vita attraverso le relazioni ed il contatto con le principali figure di accudimento . Il bambino si specchia prima di tutto nello specchio dell’altro perché inizialmente non sa nulla su di sé. Cooley parla di “Looking Glass Self” ( Cooley, 1902, New York) facendo riferimento a come il nostro senso d’identità psico-corporeo sia il riflesso, soggettivamente elaborato, delle immagini di noi che ci vengono inviate dagli altri. Inoltre è attraverso le carezze morbide ed accoglienti della madre che il bambino inizia a distinguere il proprio corpo dall’ambiente esterno. Le mani del genitore tracciano i contorni e definiscono i confini del suo corpo che gli consentono pian piano di sentire ciò che “è me” da cio’ che è “non me”. Per cui il modo in cui i genitori entrano in contatto fisico con il bambino svolge un ruolo fondamentale nella sviluppo dell’immagine corporea e del senso d’identità. Le esperienze positive di amorevole sollecitudine, sostegno, approvazione e riconoscimento danno al corpo del bambino naturalezza e grazia. Se il corpo è fonte di sensazioni di gioia e piacere il bambino si identificherà con il suo corpo. Ma se è invece privato del sostegno, dell’amore e del calore materno, se sente che non va bene e non può essere accettato così com’è, se viene svalutato e umiliato, se viene invaso e non viene rispettato nella sua individualità non potrà far altro che scindersi dal corpo per non sentire qualcosa di insostenibilmente spiacevole per lui. Tutto ciò interromperà e distorcerà il contatto con il suo mondo interno così come con quello esterno. Pertanto la sua immagine corporea da adulto potrà presentare dolorosi elementi di distorsione e distacco dalla realtà; sarà un’immagine sfocata come conseguenza di una mancata accettazione e/o sintonizzazione da parte delle sue principali figure di accudimento. L’unica alternativa in tali circostanze è la fuga in un’immagine ideale di sé che contiene un illusorio messaggio implicito: se io raggiungo l’ideale (e divento come mi avrebbero voluto) finalmente sarò amato. Il perfezionismo diventa una compensazione contro il senso d’inferiorità e di fallimento, contro la colpa e la vergogna di non essere diventati la persona in grado di conquistare l’amore dei genitori o di diventare la “bella “persona che loro avrebbero voluto. Inizia una corsa sfrenata verso la creazione ed il rinforzo di un’immagine vincente, infallibile, invulnerabile, la rincorsa estenuante di obiettivi irrealistici che ingabbiano in un vortice di frustrazione, vergogna e inadeguatezza. Di contro può anche accadere di raggiungere mete importanti, di essere molto bravi, efficienti e illusoriamente infallibili in tanti campi, ma con un prezzo da pagare molto elevato, la totale assenza di gioia e di piacere, la castrazione di sensazioni corporee, emozioni e vitalità, la penosa sensazione di NON ESSERE MAI ABBASTANZA. Quando questo accade abbiamo un’immagine di noi e del nostro corpo basata su pensieri e ruminazioni piuttosto che sul sentire, tendiamo ad avere un’idea di chi siamo e di come vorremmo essere piuttosto che sentire chi siamo. Lo scarto tra chi sentiamo di essere e chi vorremmo idealmente diventare può produrre intense sensazioni di disagio, svalutazione, distacco e sofferenza nella relazione con noi e con gli altri.

Se ora proviamo a chiudere gli occhi e pensare alla nostra esperienza quotidiana, quante volte ci è capitato di ricevere complimenti e riconoscimenti e di non riuscire a credere che fossero autentici? Quante volte lo sguardo severo del nostro giudice interiore ci dice che non siamo abbastanza e ci intrappola in un dover essere e un dover fare che ci allontana dal poter essere e dal poterci esprimere in modo libero… libero dalla paura di sbagliare, libero dal timore di non essere accettati, libero dal sentirci indegni di poter essere ciò che realmente siamo. Quante volte ci viene molto più facile credere a chi ci disconosce, ci svaluta e rinforza la nostra idea di non valere e quante volte la nostra attenzione diventa selettivamente orientata a ciò che conferma l’immagine negativa che abbiamo di noi stessi?

E allora come uscire da questo circolo vizioso e sentire di essere finalmente abbastanza?

Intanto fermarci…e respirare. Dopodichè il primo importante passo è l’autoascolto e l’autoconoscenza, recuperare consapevolezza corporea e imparare pian piano a sentire ciò che accade al nostro interno, prendere contatto con i nostri sentimenti e vissuti, con le sensazioni del corpo, con le nostre idee e schemi di pensiero, con il nostro modo di porci in relazione, di gestire la distanza e di tollerare il contatto. Abbiamo visto come il nostro modo di percepire la realtà è frutto di schemi provenienti dalla nostra storia infantile che vengono poi rinforzati dall’abitudine, per cui tale percezione risulta spesso distorta e non radicata nella realtà. Vedere le cose così come sono, vederci così come siamo, sia negli aspetti piacevoli che spiacevoli, necessita un ritorno a casa, un ritorno al nostro corpo; implica necessariamente un sentire ciò che è realmente accaduto, al di là delle idealizzazioni costruite con la mente, implica un viaggio all’interno della verità e di ciò che è realmente autentico per noi. Il contatto con ciò che accade nel nostro corpo rappresenta il traghetto che può condurci verso questa scoperta. A volte troveremo un mare in tempesta, a volte ci stupiremo della pace e del piacere che ci arriveranno dal navigare in quelle acque che sentivamo così spaventose, a volte sentiremo la fatica e ci verrà voglia di tornare indietro e altre volte saremo invece meravigliati dal ritrovare parti di noi che per tanto tempo avevamo abbandonato; a volte capiterà che ci lasceremo andare con gli occhi di un bambino alla possibilità di cogliere in noi elementi di novità in un quadro che credevamo statico ed immutabile. Ed è questa immersione di consapevolezza corporea, un’immersione esperienziale che non può che vederci protagonisti del viaggio in prima persona, che potrà pian piano aiutarci a ricucire lo strappo tra percezione e dato di realtà, migliorando la qualità della relazione con noi stessi e con gli altri.

Citando ancora Alexander Lowen: “Poiché il corpo è la base di tutte le funzioni di realtà, qualsiasi accrescimento nel contatto di una persona con il corpo produrrà un miglioramento significativo nell’immagine di sè (immagine corporea), nelle relazioni interpersonali, nella qualità del pensare e sentire e nella gioia di vivere” .[3]

La consapevolezza diventa a sua volta il veicolo verso la congruenza. “ La congruenza è uno stato dell’essere in cui non c’è contraddizione tra il proprio fare, il proprio dire, ciò che si sa di se stessi e la propria intima essenza. E’ dunque uno stato interiore in virtù del quale il proprio agire non si discosta dal proprio sentire. E’ empatia con se stessi nel presente” ( Luciano Marchino, 2007).[4]

Per cui se raggiungiamo congruenza non c’è discrepanza tra come ci percepiamo e le nostre idee e idealizzazioni su noi stessi; non ci facciamo idee grandiose né ci sottovalutiamo ma riusciamo a stare con ciò che c’è, con ciò che siamo in quel momento. Questo consente di avere uno stato d’animo più aperto e di essere maggiormente accoglienti e meno giudicanti nei nostri confronti e nei confronti degli altri.

Dunque passare dal pensare il corpo al sentire il corpo. “Se i pensieri e le immaginazioni sul nostro corpo nascono dall’esperienza percettiva la nostra immagine corporea sarà realistica e in costante cambiamento. Se i pensieri nascono da processi rimuginativi, da una quota di distacco dalla realtà, anche la nostra immagine corporea sarà distorta e lontana dal reale” (Nicoletta Cinotti 2013, www.bioenergeticaesocieta.it – I bambini e il loro corpo, come lo vedono?).

Stare nel corpo, viverlo e lasciargli esprimere antiche voci, liberarlo dalle briglie di emozioni negate provenienti dal passato, aiuta a sciogliere le contrazioni che sostengono il senso d’inadeguatezza e la sottostante vergogna, consente di liberare l’energia solitamente impiegata al servizio delle difese e permette di utilizzarla per il cambiamento e la propria evoluzione. Annodati ai nostri sentimenti negativi rimossi ci sono il piacere e la gioia originari presenti in ciascuno di noi, per cui affrontarli e riattraversare i primi significa potersi riappropriarsi di tale piacere.

Come ci ricorda Morrison “ Il piacere guarisce. Sostenere un legame profondo con il corpo favorisce il ridimensionamento delle richieste soverchianti dell’immagine del Sé ideale”.[5]

Non appena riusciamo a prendere contatto con sensazioni corporee positive è sempre più possibile sentirci degni ed accettabili , riconoscere cosa c’è di buono in noi e guardare e guardarci in modo più realistico e meno severo, persecutorio e giudicante.

In tal modo il corpo diventa sempre meno corpo macchina, strumentalizzato per raggiungere obiettivi e per piacere ad altri e diventa sempre più un alleato ed un mezzo per contattare il piacere e la gioia di vivere. E qui il lavoro della terapia bioenergetica interviene portando un importante contributo, in quanto lavorando sulla consapevolezza corporea e sull’ascolto dei segnali provenienti dal proprio mondo interno, sul respiro bloccato, sull’espressione delle emozioni rimaste congelate nelle contrazioni corporee e sullo scioglimento delle tensioni in una cornice di sintonizzazione emotiva consente di modificare i processi energetici e pertanto di regolare gli squilibri tra sistema simpatico e parasimpatico, di intensificare la qualità del contatto con sé e con gli altri e attraverso il recupero del piacere, del divertimento e della gioia; permette di ricostruire una una buona immagine di sé e un’autostima profondamente radicata nel corpo. Riprendendo Philip Helfaer: “ Il lavoro corporeo bioenergetico è un grande aiuto nel far emergere l’irrealtà delle aspettative del Sé ideale…fronteggiare le esperienze del corpo ci dà qualcosa di molto tangibile da accettare: non mi può sfuggire che questo sono io ed i conflitti tra il rifiuto di sé e l’autoaccettazione possono essere sperimentati direttamente nel qui ed ora. Non c’è nulla da spiegare o interpretare, eccomi, eccoti.”[6]

Sostenere il piacere, inteso come presenza di sensazioni positive e piacevoli dentro di sé è uno dei migliori predittori di una buona immagine corporea, costituisce un’alternativa sana e funzionale all’autosvalutazione e al disprezzo nei propri confronti.

La costruzione dell’antidoto al senso di inadeguatezza e alla vergogna, che ci fa sentire piccoli e “difettosi”, che ci fa sentire di non essere mai abbastanza passa, come Phiilip Helfaer sostiene (in Manuale di Analisi Bioenergetica, 2013), attraverso la costruzione del rispetto di sé: ossia, alla capacità di autoregolarsi in base ai segnali del proprio corpo, ai propri bisogni, desideri, sensazioni. Rispetto di sé è stare in contatto con i propri sentimenti e stati corporei, ascoltarli, accoglierli e accettarli così come sono. E quindi stare e sentire anche emozioni spiacevoli ricercandone le origini nella propria storia piuttosto che sopportare la dispendiosa e logorante lotta contro di esse. Questo prepara il terreno verso l’autoaccettazione e l’indulgenza nei nostri confronti, verso il “poter essere” e il poter realizzare pienamente chi siamo davvero, al di là di ciò che qualcun altro avrebbe voluto che noi fossimo. Accettarci nonostante i limiti, difetti e fallimenti.

Io credo che a volte non affrontiamo le emozioni perché sono difficili ma poi diventano difficili perché non lo affrontiamo. Guardarci realmente attraverso uno specchio interiore e non solo esterno significare guardare ed accogliere ogni parte di noi e riappacificarci con ciò che sentiamo scomodo e spiacevole. Ritrovarci nel nostro specchio più autentico e fedele, il nostro corpo, è un passaggio indispensabile per ricostruire un atteggiamento amorevole ed accogliente nei nostri confronti ed una stima profondamente radicata dentro di noi. Penso non sia affatto un lavoro semplice né privo di ostacoli ma credo che la ricompensa sia poter riaprire gli occhi e vedere non solo i difetti ma anche le nostre meraviglie e quelle altrui, svegliarci dal torpore e sentirci vivi, godere il piacere delle piccole così come delle grandi cose e vivere una vita che valga la pena di essere vissuta.

Mi piace concludere con una citazione di Carls Rogers: “ Ciò che sei è sufficiente se solo riesci ad esserlo”.[7]

Caro lettore di questo articolo, se sei arrivato qui forse stai cercando qualcosa e mi auguro di aver contribuito nel mio piccolo ad arricchire questa tua ricerca. Ti auguro un buon cammino.

Francesca Scarano

psicologa, psicoterapeuta, analista bioenergetica

BIBLIOGRAFIA

CHARMET PIETROPOLI GUSTAVO: “ La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo”, Cortina Editore, Milano, 2013

DELLA RAGIONE LAURA, MERCANDELLI SABRINA: “L’inganno dello specchio. Immagine corporea e disturbi alimentari in adolescenza, Franco Angeli, Milano, 2013

HEINRICH – CLAUER VITA , edizione italiana a cura di Nicoletta Cinotti e Maria Rosaria Filoni: “Manuale di analisi bioenergetica”, Franco Angeli, Milano, 2013

LOWEN ALEXANDER: “ Bioenergetica”, Feltrinelli, Milano, 1983

LOWEN ALEXANDER: “Il piacere, un approccio creativo alla vita”, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1984

MARCHINO LUCIANO, MIZRAHIL MONIQUE: “Il corpo non mente”, Milano, Frassinelli, 2004

MARCHINO LUCIANO, MIZHRAIL MONIQUE: “ Counseling”, Frassinelli, Milano, 2007.

MIAN EMANUEL: “Specchi, viaggio all’interno dell’immagine corporea”, Edizioni Phasar, Firenze, 2006

RIVA ELENA: “L’autostima allo specchio. La prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare in adolescenza”, Franco Angeli, Milano, 2007.

[1] Conferenza: Piacere, piacersi: come nutrire l’autostima corporea, Ranica, 27 Settembre 2013

[2] Lowen Alexander, Il piacere, un approccio creativo alla vita,, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1984

[3] Lowen Alexander: Analisi Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 1983.

[4] Marchino Luciano, Mizhrail Monique, Counseling, Frassinelli, Milano, 2007

[5] Morrison Andrew P., Shame Underside of narcisism, Hillsdale, NJ, 1989

[6] Helphaer Philip, in Manuale di Analisi Bioenergetica, Franco Angeli, Milano, 2013

[7] Rogers Carl, Potere personale, la forza interiore e il suo effetto rivoluzionario, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1987

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