Archivio Mensile: novembre 2015

Il silenzio delle vittime

Il silenzio delle vittime

Robert Wilson

Longanesi, 2004 (La Gaja Scienza, 874)

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Mentre tornava Falcon aveva tre pensieri che gli ronzavano nella testa. Perché Ignacio Ortega lo inquietava tanto? Era chiaro che non avesse ucciso suo fratello, ma quell’uomo si teneva ben chiuso nella testa qualcosa e questo faceva pensare che avesse qualche responsabilità. Come si rompeva una noce dura come Ignacio Ortega? E come si poteva scoprire ciò che un morto aveva nascosto dentro di sé? Come sarebbe stato più facile il lavoro dei poliziotti se si fosse potuto e scaricare e leggere sullo schermo il contenuto della mente altrui! Il software della vita. Che aspetto avrebbe avuto? I fatti distorti dalle emozioni. La realtà trasformata dall’illusione. La verità ricoperta dal rifiuto della verità. Sviluppare un programma per sbrogliare quell’intrico non sarebbe stata cosa da poco

Rilanci

Film – Mystic River, Clint Eastwood, Usa, 2003

Letture – Una piccola morte a Lisbona, Robert Wilson, 2001

 

Genere

Narrativa

Parole chiave

Siviglia, psicopterapia, pedofilia

Trama

Un mattino di una torrida estate sivigliana i coniugi Vega vengono trovati morti nella loro casa di Santa Clara, la città-giardino costruita nei primi anni Cinquanta dagli americani . Gli indizi sembrano indicare un patto suicida, ma l’ispettore Falcón non è convinto. Dalle indagini sull’ attività di Rafael Vega, emergono ambigui legami con la mafia russa e un probabile caso di doppia identità. I primi interrogatori ai ricchi vicini, lasciano il protagonista con molti dubbi e diverse piste di indagine aperte. Javier Falcon, rientrato al lavoro dopo un periodo di forte disagio, indaga avvalendosi del suo percorso di psicoterapia, chiedendo aiuto alla sua terapeuta per far luce su un delitto del passato che ha inquietanti legami con quelli del presente.

Autore

“Robert Wilson non è il tipico autore di gialli all’inglese. Nato nel 1957 e laureatosi a Oxford nel 1979, ha cominciato giovanissimo a viaggiare per il mondo lavorando presso società di trasporto marittimo, pubblicità e commercio in Africa, in Asia e in Grecia. Nel corso della sua esistenza ha dunque assorbito culture e visioni differenti che lo distaccano dalla scuola del giallo britannico. Ha sempre coltivato la passione per la scrittura, alla quale si è dedicato a tempo pieno dopo essersi stabilito in Portogallo. Da molti critici paragonato a Raymond Chandler per il virile romanticismo dei suoi protagonisti, si è assicurato il premio Gold Dagger per Piccola Morte a Lisbona” (notizia tratta dal sito di Longanesi, il suo editore italiano)

Bibliografia

Alcuni libri dell’autore sul sito di Meridiano Zero

Altri libri in italiano di Robert Wilson dal sito di Longanesi

Link

 

La scheda del libro 

 

Una recensione apparsa sul blog mangialibri.com

 

 

Altro

Depressione, lavoro e identità – Il fiume, la canoa e la psicoterapia.

Il Divenire in pillole.

Storie di sedute cliniche inventate.

A cura della Dottoressa Gloria Volpato.

Un numero crescente di donne e di uomini sta cercando un nuovo modo di svolgere il proprio lavoro e di vivere la propria vita. Spesso questo desiderio nasce in una fase matura della propria esistenza. Purtroppo, i condizionamenti del passato e le convinzioni interne possono impedire di vedere con chiarezza l’emergenza di nuovi bisogni.

Così accade che la persona inconsapevole presenti un quadro depressivo, fatto di smarrimento e di mancanza di motivazione ad impegnarsi nel lavoro come un tempo. Se a livello sociale sarebbe più opportuna avere la possibilità di evolvere verso un’idea più circolare ed umanizzante delle carriere e dei percorsi lavorativi, a livello individuale, è importante sapere che gli ostacoli risiedono all’interno del mondo psichico di ognuno e riguardano la ridefinizione dei parametri personali di successo, in termini di qualità di vita e di significato della propria esistenza.

Il colloquio qui proposto – un racconto completamente inventato che prende spunto da tante storie cliniche che ho incontrato negli anni – parla proprio della difficoltà di lasciare andare i propri riferimenti interni per dare ascolto alla necessità di un’evoluzione.

Facendo emergere i condizionamenti interni, legati principalmente alla storia personale e poi alla cultura di appartenenza, è possibile iniziare ad aprirsi alla possibilità di lasciare il certo per l’incerto.

Storia di una donna che voleva avere anche una vita.

Dottoressa ho perso completamente il mio amore per il lavoro. Mi sento persa e depressa. Cosa? Che dice? Dovrei rinunciare alla mia identità professionale per recuperare la mia passione? Ma è matta? È come chiedermi di rinunciare al mio nome! La mia identità coincide con quello che faccio. Che c’è di sbagliato in questo? La mia carriera è tutto quello che ho, è ciò a cui ho dedicato ogni singolo istante della mia esistenza. I miei pensavano a questo già dall’infanzia. Ho fatto le migliori scuole, ho suonato il violino e praticato danza classica per imparare l’impegno e la disciplina. Grazie a questo, ho capito che ci vuole una totale dedizione per raggiungere il successo, altrimenti fallisci. Chiedermi di dimenticare la mia identità professionale è rinunciare anche ai valori imposti dalla mia famiglia. Ah, certo, dottoressa, so dove vuole arrivare. Secondo lei sono ancora succube di una legge che arriva dall’infanzia. Come dite voi psicologi? Ah sì: sono irretita. Anche questa volta, finirà che è tutta colpa della mamma e del papà se sono messa conciata così.

Le sembro arrabbiata? Davvero? Certo che lo sono, con Lei e con tutti quelli che vogliono prendersela con la mia famiglia. Io vado fiera di aver fatto un matrimonio come quello della mia mamma e una carriera come quella del mio papà! Sono una dirigente d’azienda, ma la mattina mi alzo per prima e preparo una colazione biologica per tutti, compreso il cane.

Bene! Ha capito. Mi fa piacere che stia zitta… Perché piango ora ? Cribbio! Che motivo ho per piangere? Ho un lavoro bellissimo, tutti mi stimano, ho un marito e dei figli meravigliosi… Dio quanto mi odio! Perché sono fatta così male? È tutta colpa mia, se non sono capace di essere felice.

Perché mi chiede quanti anni ho? Ne ho quarantasette. Cosa c’entra l’età?

Perché mi chiede se ho degli amici? Non vedo perché dovrei raccontarle di come passo il mio tempo libero Cosa c’entra con la mia depressione?

Sì, ha ragione, sono terribilmente aggressiva. Non mi ero resa conto prima d’ora di quanto fossi arrabbiata. Cosa c’è che non va con Lei? Forse lo so, ma mi vergogno a dirlo. Mi vergogno di provare questi sentimenti di invidia nei suoi confronti.

Non so nemmeno bene cosa invidiarle… Non credo che guadagni più di me; investo parecchio denaro dall’estetista e, con rispetto parlando, io e Lei non sembriamo coetanee. Eppure, io sento che Lei ha qualcosa che io non ho….. Non so se sia vero, ma Lei sembra essere soddisfatta.

Se un cliente mi trattasse come io la sto trattando, ecco io mi sentirei persa. Invece Lei sembra mantenere una certa tranquillità. Non ha paura che gli altri possano pensare male di Lei, che la giudichino?

Cosa ha che vedere questo con me? In che senso?

Bingo! Dottoressa, bel colpo! Sono competitiva con Lei? Si ha ragione, non ne posso fare a meno. Se vorrei qualcosa di diverso? Dio come lo vorrei, ma non ci riesco, non so come si fa. Io traduco qualsiasi cosa in una sfida, in una montagna da scalare. Non sono capace di farmi bastare niente. Mi sento sempre alla rincorsa di qualcosa. I riconoscimenti che ho spariscono come nebbia al sole, è come se dentro di me non avessero alcun peso. Invece i miei errori, i miei difetti, le mie manchevolezze ne acquistano sempre di più.

Dove ho imparato tutto questo? Mah non saprei… A dire il vero lo so, ma ho paura a dirlo.

Ha un fazzoletto? Grazie, la prossima volta le porto un pacchetto nuovo. Non molla eh? Vuole proprio portarmi dove io non voglio vero? Va bene, smettiamola con questo gioco, prima o poi dovrò pur cominciare a guardare dentro la mia storia. Si fa questo dallo strizza, vero?

Ricordo che mia madre si sentiva sempre inferiore, perché non aveva studiato e aveva fatto la casalinga. Aveva cresciuto me e mio fratello mentre mio padre costruiva il suo piccolo impero provinciale. Quando osava dire qualcosa, mio padre la zittiva, dicendole che quando il buon dio aveva distribuito i cervelli lei era nel cesso. Dottoressa, se io non guadagno soldi mi sento male, malissimo.

Mio padre ha sempre fatto pesare il fatto che lui ci faceva star bene economicamente e ha sempre dato i soldi a mia madre con il contagocce. Se non guadagno, mi sento incapace e ho paura. Se per un momento immagino di dipendere da qualcuno, impazzisco. Mi sale un terrore incomprensibile. Mi vergogno tanto.

Sa cosa diceva mia nonna? Anche se le scarpe non si adattano ai nostri piedi, dobbiamo portarle comunque. Rido. Sa perché? Perché sia io che mia madre abbiamo l’ossessione per le scarpe… Ah, non avrei mai pensato di scoprire oggi il perché della mia ossessione per scarpe che non metto mai. Sono compulsiva, ne compro almeno un paio alla settimana. Si, è così.

Le sue parole risuonano dentro di me terribilmente: la mia professione è l’unica cosa sulla quale posso contare per avere la sensazione di valere qualcosa in questo mondo. Che ironia della sorte: mi sento intrappolata proprio in quello che credevo mi avrebbe reso libera.

La prego, dottoressa, mi aiuti a scendere da questa giostra infernale, perché la verità è che sono sfinita. Mi sento ostaggio di me stessa. È come se sapessi che sull’altra sponda del fiume c’è quello che desidero, ma anziché trovare le forze per attraversarlo, passo il tempo a dire che le acque sono fredde, che la corrente è forte e così via.

Bella questa immagine che mi propone: la psicoterapia come un corso di canoa. Ci sto… E quando avremo finito… Le regalerò una pagaia.

Altro

A pesca nelle pozze più profonde

A pesca nelle pozze più profonde

Paolo Cognetti

Minimum Fax, 2014 (Nichel, 66)

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A un certo punto del mio apprendistato mi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare. Non solo perché tutti i miei scrittori preferiti erano pescatori, né per la misteriosa attrazione della letteratura americana verso balene, pescispada, trote e salmoni, ma perché in quel periodo immaginavo la scrittura come una sorta di monachesimo, e ogni monaco che si rispetti ha una pratica di meditazione, dunque la pesca sarebbe stato il mio yoga, la mia danza vorticosa, il mio tiro con l’arco, la mia preghiera.

Il valore metaforico era fuori discussione. Che cosa si fa, mi dicevo, quando si va a pescare? Si sta da soli in riva all’acqua, che è la vita, cercando di catturare i pesci che ci nuotano dentro che sono le storie. Da fuori l’acqua nasconde i suoi segreti, ma un bravo pescatore è in grado di capire la profondità dal poco che si vede in superficie, di pazientare mentre tutto sembra immobile e di tenersi pronto.

Rilanci

Film – Moby dick – La balena bianca, John Huston, USA,1956

Letture – Addio Hemingway, Leonardo Padura Fuentes, Il saggiatore, 2015 (tascabili)

Genere

Saggistica

Parole chiave

Scrittura, pesca, ricerca

Trama

Il libro racchiude l’educazione letteraria e sentimentale di Paolo Cognetti, un promettente scrittore italiano di racconti. Utilizzando la metafora della pesca e del pescatore, l’autore si interroga su cosa ci sia dietro il lavoro quotidiano sulla pagina e quale sia il prezzo da pagare per riuscire a racchiudere il mondo in venti cartelle. Da Raymond Carver a Ernest Hemingway, da J.D. Salinger a Alice Munro, da John Cheever a Flannery O’Connor, Cognetti, Cognetti ci conduce nelle vite interiori e nelle botteghe di questi autori, che sono i suoi maestri. Un libro sull’arte di raccontare storie.

Autore

Paolo Cognetti è stato ospite del Festival Presente Prossimo nelle scorse settimane. Le notizie biografiche sono tratte dal sito del Festival:

Paolo Cognetti (Milano, 1978). Ha sempre avuto una predilezione per il racconto breve americano, che da Hawthorne e Poe arriva fino ad Alice Munro, passando per Hemingway, Salinger e Carver. Come narratore è stato naturale scegliere la stessa forma: ha pubblicato finora tre raccolte di racconti – Manuale per ragazze di successo (2004), Una cosa piccola che sta per esplodere (2007), Sofia si veste sempre di nero (2012) – tutte uscite per Minimum fax. La passione per l’America l’ha portato a realizzare documentari su New York (Scrivere New York del 2004, ritratti di scrittori newyorkesi) e due libri di viaggio: New York è una finestra senza tende(Laterza 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (Edt 2014). La sua altra passione, quella per la montagna, l’ha spinto a vivere diversi mesi l’anno in Val d’Aosta. Su un’esperienza di eremitaggio in baita ha scritto Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo 2013). Il suo ultimo lavoro è una raccolta di meditazioni sull’arte di leggere e scrivere racconti, A pesca nelle pozze più profonde (Minimum fax 2014).

 I suoi film preferiti

– In mezzo scorre il fiume di Robert Redford
– I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee
– Into the Wild di Sean Penn

Bibliografia

Tutti i libri dell’autore sul sito di Minimum Fax

Link

La scheda del libro sul sito web dell’editore

Nella sezione del sito di Minimum Fax dedicata al libro si trovano raccolte recensioni, interviste all’autore e un video in cui Cognetti parla di come si scrive un racconto

L’autore parla del suo libro nel suo blog

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