Le otto montagne

Le otto montagne

Paolo Cognetti

Einaudi 2016 (Super Coralli)

Tutta la valle era ancora in ombra e umida di rugiada. Mio padre beveva un caffè nel primo bar aperto, poi si caricava lo zaino in spalla con la solennità di un alpino: il sentiero partiva da dietro una chiesa, o dopo un ponticello di legno, entrava nel bosco e subito si inerpicava. Prima di imboccarlo , alzavo un’ultima volta gli occhi ala cielo. Sopra le nostre teste splendevano i ghiacciai già illuminati dal sole. Il freddo del mattino sulle gambe nude mi dava la pelle d’oca. Sul sentiero mio padre mi lasciava camminare in testa. Mi stava dietro a un passo, così che potessi sentire una sua parola quando serviva e il suo respiro alle mie spalle.

Rilanci

Letture – Il ragazzo selvatico: quaderno di montagna. Paolo Cognetti, Terre di mezzo, 2013

Film – Wild, Jean Claude Vallé, dal romanzo autobiografico di Cheryl Strayed, USA, 2014

Genere

Narrativa, diari e memorie

Parole Chiave

Montagna, memoria, autobiografia, crescita, scelte di vita

Trama

Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l’orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia.
Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche.
Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa piú simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero: «Eccola lí, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un’eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.
Paolo Cognetti, uno degli scrittori piú apprezzati dalla critica e amati dai lettori, entra nel catalogo Einaudi con un libro magnetico e adulto, che esplora i rapporti accidentati ma granitici, la possibilità di imparare e la ricerca del nostro posto nel mondo. ( tratto dal sito di Einaudi editore  )

Autore

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn.
Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo (2004), Una cosa piccola che sta per esplodere (2007), vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara, Sofia si veste sempre di nero, selezionato al Premio Strega 2013 e A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti. Ha vinto il Premio Strega Giovani e il Premio Strega con il romanzo Le otto montagne (Einaudi 2016). ( Le note biografiche sono tratte dal sito dell’editore Minimum Fax)

 

Bibliografia

Tutti i libri di Paolo Cognetti possono essere visionati e prenotati sul sito di Rete Bibliotecaria Bergamasca:

Link

La scheda del libro sul sito dell’editore.

Il blog dell’autore

Una recensione dal sito on line “Critica Letteraria”

L’intervista all’autore apparsa su La Stampa il 22 luglio 2o17

Altro

Il Legame, l’orco e il contenitore

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale, Attilio Gardino, psicoterapeuta, analista bioenergetico, propone questo articolo sulle paure e le figure che le rappresentano nel nostro immaginario

Di seguito il testo dell’articolo:

Il Legame, l’orco e il contenitore

di  Attilio Gardino

Per ciascuno il proprio destino è il suo carattere

(Eraclito)

La paura è un’emozione importante che salvaguarda la vita, ma, quando non è collegabile ad un evento esterno che la giustifichi, che dia senso al suo manifestarsi, genera l’angoscia, l’ansia, il panico, cioè emozioni corruttrici del piacere di vivere. Tali emozioni sembrano non avere un’origine significativa o un bersaglio ragionevole verso cui orientarsi: si muovono attraversando la nostra psiche e il nostro corpo, senza poter essere indirizzate o racchiuse immediatamente in un contenitore di senso. Questo scomodo fenomeno, che caratterizza gran parte dell’umanità, è stato gestito storicamente attraverso la creazione di figure e di luoghi contenitore, che potessero trattenere e dar forma a tutto ciò, permettendo la messa in campo di “adeguate” protezioni

L’orco, i fantasmi, il diavolo, i demoni, l’uomo nero, il lupo cattivo e il sacro1 sono personaggi, spazi, entità, creati al fine di poter gestire quello che prima sembrava non poter essere controllato.

Sono figure in parte antropomorfe partorite dall’uomo, dotate di una loro autonomia, portatrici di un danno specifico e terrificante che rispecchiano esattamente il sentire umano. Sono state coniate per dare una fisionomia e un recinto sicuro a ciò che proviamo, senza di loro non avremmo la possibilità di nominare, né di controllare, né di espellere dalla vita di tutti i giorni questi stati d’animo. Sono parole che evocano luoghi avvolti dal mistero e ben riconoscibili, dove queste entità, questi stati d’animo dimorano: boschi, anfratti, cantine, solai, parti del corpo, case disabitate, luoghi del sacro. Sono contenitori che accolgono, separando, il quotidiano da questi stati emozionali indifferenziati fra paura e desiderio. Questa modalità di “separazione”, abbondantemente collaudata nel tempo, è volta ad imprigionare e confinare sensazioni, emozioni innominabili e conseguentemente inspiegabili.

Così nascono i racconti delle paure indicibili e incomprensibili, che si articolano nelle metafore della fame divoratrice (orco, lupo), della sessualità corruttrice (diavolo, satana, demoni), della separazione mortifera (uomo nero, donna con la falce, fantasma), del panico2 per l’ignoto e l’immenso (il sacro). Lo spostamento di senso, proprio della metafora, rende comprensibile ciò che prima non lo era e nominabile ciò che prima rimaneva privo di parole. Il timore di essere divorato o di divorare acquista diritto di senso se si suppone possa esistere un uomo dotato di una grossa testa in grado di nutrirsi di bambini. L’immensità irrappresentabile dell’universo in cui siamo immersi genererebbe il terrore dello smarrimento, la vertigine del vuoto se non subentrasse il sacro a contenerla con i sui racconti, con le sue metafore, con i suoi luoghi e con i suoi addetti. La metafora è lo strumento aureo che alimenta i nostri processi di comprensione e di individuazione di senso. Com-prendere (prendere-con) permette il superamento dell’impotenza e l’accesso al potere dato dal controllo sul fenomeno, ponendo dei limiti alla paura attraverso il confine della classificazione, generato dalla metafora stessa.

Il concetto di ipocognizione deriva da uno studio condotto a Tahiti negli anni cinquanta da Bob Levy, un antropologo psicoterapeuta. Levy si era posto il problema del perché a Tahiti (isola incantevole) vi fossero così tanti suicidi. Scoprì che gli abitanti di quest’isola non avevano il concetto di dolore al di fuori di quello fisico. Lo provavano. Lo conoscevano. Ma non avevano un concetto o un nome per identificarlo. Non lo consideravano un’emozione normale. Non aveva dei rituali collegati. Nessuna terapia, niente del genere. Mancava loro un concetto necessario, una parola e finivano per suicidarsi troppo spesso …(“Non pensare all’elefante!” di George Lakoff, Fusi Orari, Roma, 2006).

Questa scoperta evidenzia che la cognizione e la parola hanno un legame inscindibile ed estremamente forte, tanto quanto è forte la necessità di dar voce relazionale al sentire corporeo. In assenza di una parola-cognizione è, a volte, preferibile morire.

La difficoltà di nominare alcune sensazioni ed emozioni è generalmente riferibile a tre cause che a volte possono sommarsi: povertà lessicale/culturale, un’eziologia preverbale e una censura morale.

Le persone affette da fobie riferibili a oggetti innocui: farfalle, scarafaggi, uccelli, maniglie, ecc. conoscono l’imbarazzo nel manifestare il legame apparentemente illogico fra l’oggetto, (le farfalle), il loro sentire gravido di timore (angoscia) e il comportamento conseguente (evitamento). Il legame tra la parola, il fenomeno e la cognizione sottesa è spezzato dalla censura ambientale e conseguentemente rimosso, generando l’impossibilità d’accedere all’esperienza originaria, matrice dello stato emotivo. Lo spostamento simbolico su oggetti meno inquietanti attenua la sofferenza originaria, ma priva la parola della sua capacità di significare compiutamente l’esperienza stessa, condannando la persona alla perdita di potere sul processo e all’isolamento “vergognoso” che accompagna frequentemente la fobia. In altre parole l’oggetto fobico che cerchiamo di tenere a bada attraverso strategie di evitamento, ci protegge dall’angoscia sottostante dell’esperienza originale rimossa, ma ci lascia impotenti ed incapaci di afferrare il senso del nostro disagio autentico e imbarazzati o vergognosi della nostra fragilità di fronte a oggetti apparentemente innocui.

Questa impossibilità aggrava nel tempo la sofferenza che, come ricordava Shakespeare, potrebbe esprimersi anche attraverso la strada somatica: “Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi” (Macbeth Atto IV). Tali modalità somatiche e tali comportamentali (sintomi), sono patrimonio dell’inconscio e sono privi di quel canale psico-espressivo offerto dal linguaggio e con il quale abitualmente manteniamo e alimentiamo il contatto e la relazione con l’altro.

La capacità che ha la parola “giusta” di produrre fastidio e irrequietezza, quando ci “sfugge”, è complementare al senso di quiete e appagamento che sopraggiunge ogni qualvolta la si “ri-acciuffa”.
In questa frase la “parola giusta” acquisisce, grazie alla metafora: “la parola (ci) sfugge”, una sua autonomia e indipendenza. La parola che sfugge non è più solamente un suono, un modello sonoro, ma un essere animato e come tale in grado di poter fuggire; la parola assimilata metaforicamente al vivente potrà legittimamente sottostare al codice morale che la giudicherà giusta o sbagliata. La sofferenza che incontriamo nel cercare la parola che “sfugge”, la frase che non emerge, il discorso che non si compie è proporzionale all’importanza dell’investimento emotivo, valoriale, esistenziale sotteso all’esperienza e al contenuto che vogliamo esprimere verbalmente. Quando invece la congiunzione fra esperienza, contenuto e forma verbale si realizza armonicamente, scopriamo il senso di quiete che la parola, la frase, il motto, la poesia, determinano nel costruire una relazione fra il nostro mondo interno, il vettore simbolico e l’interlocutore. “La parola ci sfugge” è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora, nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche e che attiviamo attraverso il linguaggio, accedendo alla comprensione. Ciò che è astratto viene rappresentato attraverso un’esperienza antica e concreta, che chiamiamo metafora. Osservando il linguaggio da questo punto di vista emerge in forma lampante quanta concretezza e quanto corpo ci sia nelle parole e nella psiche.3

Ogni famiglia è assimilabile all’isola di Tahiti e in ogni isola famiglia si sviluppa una cultura molto simile ad altre, quanto differente.

Le parole ei legami fra di esse formano il racconto della vita di ogni individuo, dando forma alla propria consapevolezza ed identità.

Se la mancanza di un’idea e della parola che la rappresenti nel definire uno stato senso-emozionale percepito può portare al suicidio, cosa potrebbe succede quando in un’“isola” famiglia alcune parole vengono sottaciute, proibite, sostituite con altre deformando o negando la possibilità di accesso al senso sotteso?

Allo stesso modo che a Tahiti, la cognizione del sentire corporeo, gli stati emozionali, sensoriali e quindi relazionali perderanno il diritto di cittadinanza; non potendo essere simbolizzati in forma adeguata, assumeranno vesti più consone all’ambiente, in un processo di manipolazione, spostamento, scissione e rimozione che favorirà e obbligherà l’esperienza originaria a scomparire in un inconscio psico-linguistico e psico-fisico, ovvero nell’inconscio.

Poco importa che la parola ci sia se non può rappresentare compiutamente l’esperienza.

Ogni singola esperienza partecipa a strutturare la persona sia ad un livello energetico che ad uno simbolico e ogni singola esperienza si caratterizza come elemento del sistema persona, sistema altamente complesso.

Fino a metà degli anni sessanta, primi anni settanta (nascita della rivoluzione sessuale), l’accesso alla sessualità era normato rigidamente, soprattutto per quella femminile e per quella omosessuale: la verginità era un valore da conservare fino al matrimonio e tutte le parole inerenti a questa funzione erano censurate o pronunciate con “licenza parlando”, licenza che veniva invocata anche per parole vagamente associate ad essa come ad es. piede, ed altre ancora. Il piacere dell’atto sessuale per la donna era un evento casuale più che preteso o dovuto. L’orgasmo femminile e maschile, sintesi ultima del piacere sessuale, genera, quando si verifica, una forte scarica energetica, che W. Reich considerava centrale nell’equilibrio psicofisico della persona. In quegli anni l’omosessualità era un comportamento indecente, relegato, a seconda dei Paesi, allo stato di reato, di malattia o di perversione e conseguentemente da “curare” con la prigione, con farmaci o con la psicoterapia.. La rivoluzione sessuale in questo caso nasce e si manifesta al mondo con la necessità d’inventare una nuova parola che definisse questo comportamento: GAY. Parola che sostenuta dall’energia generata dall’orgoglio gay (diritto di esistere), ha permesso la nascita del movimento e del confronto scontro con una società sessuofobica. Questo esempio dovrebbe poter testimoniare come energia e simbolo siano fortemente connessi, ma questa connessione, anche se meno evidente, è presente in tutti i casi.

Se assimiliamo la persona ad un sistema organizzativo altamente complesso, composto da innumerevoli parti, elementi che interagendo fra di loro operano al fine di realizzare scopi di varia natura interni ed esterni al sistema, dovremmo considerare quanto la coerenza interna ed esterna con l’ambiente, determini l’efficacia del sistema stesso nella realizzazione dei suoi scopi: vivere.

La coerenza di un sistema diventa un elemento di primaria importanza per la sua sopravvivenza: ciascun sistema organizzativo, per rimanere efficace, deve adeguare le proprie strategie all’ambiente esterno, ma questa flessibilità sarà data in parte dalla coerenza fra gli elementi del sistema stesso.

Prendendo in considerazione due macro sotto sistemi, del più ampio sistema persona: il corpo inteso come processo energetico, sensoriale ed emozionale e la mente intesa come processo simbolico/linguistico, cognitivo si può affermare che la loro interazione con il sistema ambiente, nella fase evolutiva, possa generare coerenza o incoerenza nel sistema persona.

Quando una o più esperienze necessarie al flusso della vitalità, sulle quali si struttura l’identità dell’individuo, è composta da funzioni inesprimibili e da parole indicibili o inadeguate a rappresentarla, si genera un’incoerenza che si riflette su tutto il sistema persona.

II problema quindi non risiede in un modello astratto di essere umano, ma nel livello di coerenza generato all’interno degli elementi del sistema persona e nell’interazione con il sistema ambiente. L’organizzazione pertanto è efficace nella misura in cui i diversi elementi del sistema: corpo, mente e ambiente sono tra loro interdipendenti e coerenti: il sistema diventa inefficace quando alcuni elementi diventano incoerenti, all’interno di uno o di più sistemi, generando un’incoerenza, un conflitto fra i sistemi stessi. Questa prospettiva svincola la sofferenza dall’angusto ambito individuale della malattia mentale ricollocandola nello spazio di sua pertinenza: la società. La sofferenza sarebbe “solo” il sintomo di una dissonanza, incoerenza fra sistemi organizzativi complessi.

In questa prospettiva possiamo osservare i caratteri descritti da Reich e da Lowen come lo sforzo che il bambino, futuro adulto, opera per cercare di dare un’armonia ad un sistema percepito come disfunzionale ed è solo quando questo sforzo non riuscirà a produrre il risultato atteso: congruenza fra i sistemi corpo, psiche e ambiente, che la sofferenza assumerà un aspetto manifesto.

L’impegno del bambino tanto più sarà oneroso nel dare coerenza a risposte disfunzionali ricevute dall’ambiente, come Paul Watzlawick ha così efficacemente descritto, quanto più difficilmente sarà disposto ad abbandonare la soluzione individuata. Quello che gli psicologi chiamano resistenza, in questa prospettiva, acquista la qualità conservativa di un prodotto altamente prezioso, in quanto generato da uno sforzo significativamente oneroso per produrlo. Si potrebbe pensare alla nevrosi come l’esito dell’impegno organizzativo per riportare l’esperienza in una cornice di coerenza e di senso che possa guidare i comportamenti futuri e al disturbo nevrotico o sofferenza nevrotica come l’espressione dell’inefficacia dello sforzo.

Un’importante funzione genitoriale è quella di aiutare il bambino a classificare la realtà interna ed esterna attraverso l’individuazione e l’attribuzione di vocaboli, nella lingua utilizzata dal sistema famiglia, ritenuti coerenti con l’oggetto individuato; successivamente quella di presentare le funzioni che gli oggetti parole assolvono e infine la pertinenza, la legittimità o meno della funzione in base al contesto (insieme di oggetti parola) e al giudizio che il sistema famiglia attribuisce agli stessi. Questo processo iniziato con la lallazione e approdato alle prime parole: mamma, papà, pappa, ecc. non finirà più. L’apprendimento è l’acquisizione di sempre nuove parole che definiscono nuove realtà e nuove realtà che per esistere necessitano di nuove parole o di realtà nuovissime, che chiamiamo scoperte, per le quali inventiamo o attribuiamo nuove parole: i figli, le stelle, le particelle elementari, le malattie, i virus, ecc. ne sono un esempio. La realtà per esistere agli occhi dell’umanità ha bisogno di parole; è la parola che da cittadinanza alla realtà nel mondo solitario e simbolico dell’uomo.

Quando esploriamo sensorialmente ed energeticamente il nostro corpo-persona lo facciamo pensando, il più delle volte, di operare percettivamente senza l’ausilio della parola, ma se questo fosse vero incontreremmo la stessa angoscia degli uomini di Tahiti o quella dei bambini privi di un contenitore verbale in cui imprigionare le proprie angosce. Per fortuna in tutto il mondo esistono le metafore, le favole, le religioni e in alcuni casi la scienza stessa: racconti (metaforici) che attraverso la concretezza delle situazioni, assolvono alla funzione di rappresentare quel mondo astratto che chiamiamo coscienza e in-coscienza (in-conscio) percorso da flussi emozionali a volte paurosi.

Da cosa sono prodotte queste angosce, paure? La risposta credo sia sufficientemente complessa e al di là delle possibilità di questo articolo, l’ipotesi che però formulo egualmente è legata al potere del processo simbolico. Se la parola può essere rassicurante, in base al gioco degli opposti, la realtà muta, innominabile dovrebbe necessariamente essere terrificante. Le parole costruiscono e definiscono il recinto di senso in cui abitiamo, sono uno spazio rassicurante che ha come scopo quello di escludere i barbari 4, ovvero tutto ciò che fa paura: la realtà non simbolizzata.

Ma non potrebbe essere proprio questa esclusione a generare la nostra paura?

La parola orco e le parole in genere assolvono il compito di contenere le nostre percezioni, i nostri stati d’animo; senza di esse sembra che si sia incapaci di rimanere in contatto con i nostri vissuti. La placenta ci avvolge proteggendoci e rappresenta il confine entro cui definiamo noi e il mondo.

Il mondo però è ben più grande, ma non lo sappiamo; in quello spazio, forse angusto, sicuramente caldo e rassicurante, si sviluppa la vita che noi conosciamo. È una realtà quella del feto giocata su di una dualità estremamente limitata, quasi compenetrata l’una nell’altra: il mondo interno e quello esterno sembrano un tutt’uno. Io e l’altro sono due dimensioni quasi sovrapponibili. La nascita potrebbe rappresentare la conquista dello spazio, l’uscita da una dipendenza forzata e limitante. Una volta nati però necessitiamo nuovamente di un contenitore, sicuramente più ampio, ma altrettanto indispensabile come la placenta: la pelle e le braccia della mamma – l’holding materna o del caregiver.

Il grembo materno si è sicuramente ampliato, ma la necessità di essere contenuti permane. Questo rapporto, questa necessità, continua in una crescita che si svilupperà dalla famiglia all’ambiente sociale, fino a quel ventre protettivo di senso che è il nostro mondo simbolico. Senza la parola, senza la capacità di tradurre il percepito in simboli, non siamo in grado di sopravvivere. Il mondo simbolico in cui operiamo è quindi assimilabile ad un ventre in cui vivere protetti da quel senso rassicurante di contenimento che il processo simbolico genera ma erroneamente facciamo coincidere il mondo intero al nostro universo simbolico5.

Anche l’analisi e quindi l’analista sono assimilabili ad un contenitore ove deporre il corpo simbolico e quello energetico. Il paziente non può entrare in questo spazio “solo con uno dei due corpi”, né il terapeuta può entrarci o considerare solo uno dei due, sarebbe come abbracciare un bambino con un solo braccio, azione possibile quanto incompleta e carente. La terapia sarà quindi un processo gestazionale che non durerà sicuramente nove mesi, ma che avrà come scopo l’individuazione delle incoerenze che rendono il sistema persona disfunzionale, l’acquisizione di consapevolezza sia a livello energetico che simbolico e finalmente il loro superamento, per giungere ad una riorganizzazione di maggior coerenza che permetta la riconquista di “contenitori” o dipendenze sempre più funzionali al flusso della vita.

La coerenza del sistema persona è riferibile quindi al legame che unisce il significante (parola-frase) al significato (esperienza sensoriale antica custodita dal corpo) e alle loro interrelazioni con l’ambiente. Quando le esperienze acquisite nell’infanzia sono troppo angoscianti o troppo appesantite dal senso di colpa, la realtà verrà manipolata affinché si possano ridurre le dissonanze fra i vari sistemi: corpo, mente e ambiente. Questa manipolazione subita e operata produrrà effetti sia a livello energetico, limitando o dilatando alcune funzioni, sia a livello simbolico operando sul legame tra la parola-frase e la realtà senso-emozionale da essa rappresentata. Il legame che unisce la parola-frase alla realtà interna ed esterna alla persona, assume la funzione di cordone ombelicale al quale siamo legati e dal quale dipende e dipenderà la qualità della nostra vita.

Rendi cosciente il tuo inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino

(Carl Gustav Jung)

Note

1  (Vocabolario Toreccani) Si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce.

2 Pan, dio greco e romano, figlio di Ermes e di Driopa, è la matrice del termine panico: la paura al suo massimo grado, ma è anche il dio dei boschi, dello stupro, della masturbazione e dell’urlo terrificante della natura. La religione cristiana lo trasformerà successivamente in Satana simbolo del male assoluto verso, il quale il “buon credente” lotterà per mantenersi nel bene. Pan rappresenta con il suo corpo la congiunzione tra l’uomo cultura e l’uomo natura (animale) e il timore desiderio che si genera da questo legame.

3 Nell’espressione sopra usata:) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il La parola ci sfugge è una delle tantissime metafore che arredano il nostro mondo psichico-verbale. Tutto ciò che viene esperito nel corpo e con il corpo: esseri animati, spazio, oggetti, contenitori, movimento, entità, entra, sotto forma di metafora nel nostro mondo simbolico che chiamiamo psiche.” la parola che sfugge assume la qualità del vivente, ma anche quella di elemento d’arredo, insieme alle esperienze vissute a livello corporeo e la psiche poi per poter essere arredata deve assumere un qualità spaziale di mondo: “il nostro mondo simbolico.) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il ) dano il nostro mondo psichico-data deve assumere un qulità spazialentata in termini spaziali “festo subbentrasse il

4 Barbari: originariamente chi pronunzia suoni sgradevoli inarticolati simili a quelli degli animali: la lingua dello straniero assimilabile al balbuziente

5 il 95% della materia/energia è sconosciuto alla scienza

Altro

Le parole degli altri

Le parole degli altri

Michael Uras

Editrice Nord, 2017 (Narrativa Nord)

 

Il primo testo è essenziale, permette di vedere fino a che punto le parole possono penetrare l’altro. La sua porosità alla letteratura.

All’inizio o si è spugne o si è pietre. Il lavoro del biblioterapeuta è complesso, quando si tratta di trasformare la pietra. Ma che soddisfazione quando ci si riesce!

Rilanci

Letture –  Roderick Duddle Michele Mari, Einaudi, 2014

Film – La Storia infinita, Wolfgang Petersen, 1984 ( tratto dall’omonimo romanzo di Michael Ende)

Genere

Narrativa

Parole Chiave

Libri, letteratura, biblioterapia

Trama

Alex svolge una professione insolita e affascinante: ha saputo trasformare la sua grande passione per la lettura in una professione ed è diventato un biblioterapeuta. La storia comincia con un abbandono, Alex è appena stato lasciato dalla sua fidanzata e cerca, come sempre, conforto in qualche buona lettura. Mentre cerca di curare il suo mal d’amore con la letteratura, ci guida in un’esplorazione narrativa ed esistenziale con i suoi pazienti.

Autore

Michaël Uras è nato in Francia nel 1977 da padre sardo e madre francese. La sua passione per la lettura l’ha spinto a dedicarsi agli studi letterari, culminati in una laurea all’università di Besançon e successivamente in una alla Sorbona di Parigi. Attualmente insegna Lettere in una scuola superiore francese

Bibliografia

Michael Uras ha pubblicato in Italia due romanzi, potrete prenotarne una copia a questo link

Link

La scheda del libro sul sito dell’editore

Una recensione dal sito on line Critica Letteraria

L’intervista all’autore su Bookblister

 

Altro

Aspettando Bojangles

 

Aspettando Bojangles

Olivier Bourdeaut

Neri Pozza, 2016 (Romanzi)

 

 

Ero dunque arrivato a quel momento così particolare in cui si può ancora scegliere, quel momento in cui si può scegliere il futuro dei propri sentimenti. Mi trovavo ormai in cima al toboga, potevo ancora decidere di scendere di nuovo per la scaletta, di andarmene, di fuggire lontano da lei con la scusa di un impegno urgente, tanto vitale quanto fittizio. Oppure potevo lasciarmi andare, mettermi seduto sulla rampa e lasciarmi scivolare con la dolce sensazione di non poter più decidere niente, di non poter più fermare niente, di affidare il destino ad un percorso del tutto nuovo e ancora tutto da scoprire, per sprofondare infine in una vasca di sabbie mobili, sia pure fragranti e dorate.

Rilanci

Letture – Betty Blue, Philippe Djian , De Agostini, 1986

Film – Jules e Jim, Francois Truffaut, Francia, 1962

Musica- Mr Bojangles, nella versione interpretata da Nina Simone.

 

Genere

Narrativa

Parole Chiave

Amore, infanzia, follia, matrimonio

Trama

“Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest’abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou…
Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou… la madre…  Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo.
Per il resto del tempo si entusiasma e si estasia per ogni cosa, trovando incredibilmente divertente l’andare avanti del mondo. E non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo. Un romanzo che lei ama molto e nel quale s’immerge in ogni momento . Di una sola cosa non vuole sentire parlare: delle tristezze e degli inganni della vita…La realtà, però, è a volte molto banale e triste, così scioccamente triste che occorre più di una prodigiosa arte del mentire per continuare a gioire del mondo…” (Tratto dalla scheda del libro sul sito web dell’editore

Autore

Olivier Bourdeaut è nato nel 1980 in una casa affacciata sull’Oceano atlantico, rigorosamente priva di televisore. Ha potuto così leggere e fantasticare molto. Prima di scrivere Aspettando Bojangles è stato un disastroso agente immobiliare, factotum in una casa editrice di libri scolastici e molto altro. Questo è il suo primo romanzo che ha avuto un grande successo di pubblica e di critica in Francia

Bibliografia

Questo è il suo primo e unico romanzo. Potete prenotarne una copia a questo link

 

Link

Una recensione dal blog “Diario di una dipendenza”

 

Un’altra recensione dal blog “Uno scaffale di libri”

 

Altro

In silenzio

 

 In silenzio

Audrey Spiry

Diabolo, 2016

 

Io ero alla fine del mondo e tu, dall’altra parte.

 

Rilanci

Letture –  Cinquemila chilometri al secondo, Manuel Fior, prima edizione italiana: Coconino Press 2011; edizione speciale: Fandango editore 2016

Film – Il castello errante di Howl, Hayao Miyazaki, Giappone, 2005

Musica –  Summer on a solitary beach, nella versione di Luca Madonia, dall’album “battiato non battiato”, 1999

Genere

Romanzi a fumetti

 

Parole Chiave

Natura, identità, scelte, crescita

Trama

“La storia intima e toccante di una rinascita personale e quella universale del rapporto tra uomo e natura in cui perdere il controllo, a volte, è l’unico modo per ritrovarsi. In Silenzio ci racconta di un’estate a sud, nel corso della quale la giovane Juliette vive un’avventura nella natura incontaminata, insieme al suo compagno Luis e a un gruppo di sconosciuti. Le insidie del paesaggio scatenano in lei un mix di ricordi, sogni e desideri: la realtà diventa metafora di un viaggio interiore che tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. “

Autore

Audrey Spiry è un’artista poliedrica. È pittrice e illustratrice di libri per ragazzi ma, dopo il diploma presso l’École des Métiers du Cinéma d’Animation di Angoulême, è sicuramente nell’animazione che esprime appieno il proprio talento. La sua parentesi nel fumetto è stata fugace, almeno finora. “In Silenzio, infatti, è la sua prima e unica prova, realizzata con una tecnica completamente digitale e caratterizzata dalla sorprendente potenza narrativa, tratti che le hanno garantito l’attenzione di critica e lettori alla 40a edizione del Festival di Angoulême. “In silenzio ricorda”, nello stile, l’intensità espressiva di Blutch e il dinamismo cromatico di Mattotti. (tratto dal sito del suo editore italiano Diabolo)

Bibliografia

Questo è il suo lavoro d’esordio. Potete prenotarne una copia, tramite il sito di Rete bibliotecaria Bergamasca.

 

Link

La scheda del libro sul sito web dell’editore

Una recensione di Emilio Cirri su Lo spazio bianco – nel cuore del fumetto

Una seconda recensione fatta da Davide Oropallo su Players

 

Altro

Di che giardino sei?

Di che giardino sei?

Conoscersi attraverso un simbolo

Duccio Demetrio

Mimesis, 2016

 

Il giardino, nelle sue molteplici forme mediante le quali le donne e gli uomini lo hanno concepito, coltivato, fatto rinascere, ha rappresentato di volta in volta il riemergere di desideri, diritti, narrazioni, immagini della nostra umanità, ispirati alla ricerca del bello e della quiete, della laboriosità o dell’ozio, della lentezza e dell’attesa, del bisogno di silenzio. I giardini, nella loro grandiosità o nella insignificante modestia sono da sempre il nostro specchio: riflettono le nostre concezioni della vita, della nostra persona e del carattere, dei nostri stati d’animo e dell’età che, dinnanzi all’apparire di tali interessi, avanzata ci invoglia più di prima ad occuparcene con maggiore determinazione. A nostra immagine e somiglianza li abbiamo inventati, immaginati e realizzati. Ogni giardino il cui nome sia appropriato è portatore di una sua filosofia sofisticata o del tutto pop. In ragione del rapporto con la natura, con la nozione di bello o di sgraziato,con l’idea di ordine o di disarmonia i giardini hanno finito con l’assomigliarci o viceversa. Essi ci ricordano qualcosa di noi insomma, sia coltivandoli in prima persona, sia invidiando chi ne possiede uno ben tenuto , sono una metafora, nella varietà delle loro specie, del nostro agire ed essere nel mondo

Rilanci

Letture –  La religiosità della terra, Duccio Demetrio, Raffaello Cortina, 2013

Film – Oltre il giardino, Hal Ashby, 1979, Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone

Musica –  L’après midi d’un Faune – Preludio, Claude Debussy

 

Genere

Saggistica

Parole Chiave

Giardini, simboli scrittura, autobiografia, manuali

Trama

Attraverso la ricomposizione delle immagini, dei ricordi, delle fantasie che costituiscono l’archetipo del nostro giardino intimo ognuno di noi può imparare a conoscere più in profondità se stesso e gli altri. Questo saggio restituisce il giardino alla sua funzione di luogo e produzione del mito. Un mito personale, liberato dalle convenzioni uniformanti della dimensione sociale, per accogliere lo spazio interno e privato della memoria, dell’attenzione amorevole a quel che si è stati, a quello che si sceglie di essere

Autore

Già professore ordinario di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, è ora direttore scientifico della Libera università dell’ Autobiografia di Anghiari, da lui fondata nel 1998 con Saverio Tutino e di “Accademia del silenzio”. Si occupa di pedagogia sociale, educazione permanente, educazione interculturale ed epistemologia della conoscenza in età adulta. Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo: Le solitudini degli uomini. L’interiorità maschile (2010),  Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione(2011) e La religiosità delIa terra. Una fede civile per la cura del mondo(2013). L’ultimo suo libro si intitola L’ingratitudine – la memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina, 2016

Bibliografia

Tutti i libri di Duccio Demetrio si possono consultare o richiedere in prestito nelle biblioteche, sul sito della Rete Bibliotecaria bergamasca

 

Link

La scheda del libro sul sito web dell’editore, disponibile anche in e-book

Una presentazione fatta a Fahreneit – i libri e le idee – Rai Radio tre

 

Altro

Fato e furia

 

Fato e Furia

Lauren Groff

Bompiani, 2016 (Narratori stranieri)

 

Due persone risalivano la spiaggia . Lei era bionda ed elegante nel suo bikini verde, malgrado fosse maggio nel Maine e facesse freddo. Lui era alto, vivido, emanava uno sfarfallio luminoso che saltava all’occhio e lo teneva avvinto. Si chiamavano Lotto e Mathilde.

Per qualche istante osservarono una pozza di marea piena di creature spinose che svanivano sollevando riccioli di sabbia. Poi lui prese il viso di lei tra le mani, la baciò sulle labbra pallide. Avrebbe potuto morire di felicità in quel preciso istante. Immaginò il mare gonfiarsi per risucchiarli, scarnificandoli con la sua lingua e rivoltare le loro ossa in un abisso di molari corallini. Se lei era al suo fianco, pensò, se ne sarebbe andato cantando.

Insomma era giovane, aveva ventidue anni e si erano sposati quella mattina, in segreto. L’eccesso, viste le circostanze, era perdonabile.

Rilanci

LettureLa donna giusta, Sandor Marai, Adelphi, 2004

Film Basta che funzioni, Woody Allen, 2009

Musica La cura di Franco Battiato

 

Genere

Narrativa

Parole Chiave

Amore, matrimonio, identità, arte, teatro

Trama

“Per alcuni la vita è sogno. Lotto e Mathilde, il ragazzo d’oro e la principessa di ghiaccio, si conoscono alla fine dell’università e si sposano subito: giovani, bellissimi e innamorati, si avviano verso un destino di felicità. Lotto depone senza troppo dolore le ambizioni da attore per diventare celebre come autore teatrale, e Mathilde si rivela la moglie ideale, la musa silenziosa: lui ama le luci della ribalta e lei sceglie il riparo delle quinte, lui è fiducioso e aperto verso le persone e il futuro, lei è più oscura e sfuggente. Ventiquattro anni di matrimonio per una coppia perfetta, quella che vedono – a credono di vedere – tutti da fuori: ma basta cambiare punto di vista e la maschera cade. Il fato cala senza pietà; e Mathilde è la furia che libera un carico di rivelazioni. Con la sua scrittura intensa e luminosa Lauren Groff è riuscita a dare grande respiro narrativo a quella che si può leggere come una pièce teatrale, una tragedia animata da due personaggi folgoranti: perché ogni storia ha due facce, e la chiave di un matrimonio non è la verità, ma il segreto.” ( dal sito dell’editore Giunti-Bompiani )

Autore

Vive a Gainseville, in Florida. Scrive regolarmente per il “New York Times”, il New Yorker”, l'”Atlantic Monthly” e tutte le più importanti riviste letterarie americane e internazionali. I suoi racconti sono stati selezionati più volte per la prestigiosa raccolta Best American Short Stories.
Arcadia è stato nominato uno dei romanzi più belli del 2012 dal “New York Times”, dal “Washington Post”, da “Kirkus Reviews”, da “BookPage”, da “Vogue”, da “Salon”, da “Book Riot” e da molti altri giornali e blog di lettori. Tra gli altri suoi titoli ricordiamo: I mostri di Templeton (2008) e Fato e furia (2016). (notizie biografiche tratte da  wuz. it )

Bibliografia

Tutti i libri di Lauren Groff, anche in formato e-book, da leggere e prenotare sul portale di Rbbg, la Rete bibliotecaria bergamasca

 

Link

Una recensione di Christian Raimo dal sito web della rivista “Internazionale”

L’intervista all’autrice, Lauren Groff su Minima & MOralia, curata da Adriano Ercolani

Ancora un’interessante recensione di Annalisa de Simone apparsa su Il magazine de’ Il sole 24ore

 

Altro

Primavere e autunni

 

Primavere e Autunni

Matteo DeMonte, Ciaj Rocchi

Becco Giallo, 2015

 

Questo lavoro vorrei poterlo mostrare a mia nonna, e non tanto a mio nonno che invece ne è il protagonista. Mio nonno non era un chiacchierone e quando sono nato io era già vecchio e forse anche malato. Mia nonna, invece, l’ho conosciuta bene, abbiamo vissuto nella stessa casa fino a quando ho avuto vent’anni ed lei che mi ha raccontato questa storia. Erano suoi questi ricordi prima di diventare miei: lei li ha mantenuti vivi per tanto tempo – perché era la sua storia – poi me li ha passati… e oggi vorrei poterle dare questo fumetto, “questo giornaletto” come avrebbe detto lei, per farle vedere che non mi sono dimenticato, anzi. Come aveva fatto lei prima di me, anch’io ho cercato di tenere vivi questi ricordi fissandoli su carta, con un linguaggio semplice, che possa prima di tutto restare per mio figlio, ma non solo. La storia di mio nonno è la storia delle origini della comunità cinese di Milano e di storie come la mia ce ne sono tante,talmente tante che questo libro potrebbe diventare simbolo di una memoria condivisa più ampia, quasi una biografia collettiva. (Matteo demonte, nipote di WU Li Shan)

Rilanci

Letture: S di Gipi, Coconino Press/ Fandango, ultima edizione 2013

Film: Al di là delle Montagne, Jia Zhan Ke, Cina, Francia, Giappone, 2015

 

Genere

Romanzi a fumetti

 

Parole chiave

Memoria – Biografie – Autobiografia

 

Trama

“Wu Li Shan è un giovane venditore ambulante di cravatte. Arriva a Milano nel 1931 da uno sperduto villaggio di montagna della Cina orientale. In città sono appena terminati i lavori della nuovaStazione Centrale e le vie sono piene di gente. Wu non conosce l’italiano ed ha a malapena una stanza dove stare, ma quella città gli piace: adora il rumore dei passi cadenzati sui marciapiedi , le carrozze sulle strade, le chiacchiere delle belle signore che tengono i figli per mano.

Prima di Milano Wu ha vissuto in altre grandi città, come Parigi e Amsterdam, eppure comprende che è l’Italia il luogo che il destino ha scelto per lui e per il futuro della sua famiglia.

Da venditore ambulante a titolare d’azienda, dal matrimonio con la sarta italiana Giulia alla Rivoluzione Maoista che lo allontanerà per sempre dal paese natale, pagina dopo pagina la vita e le imprese di Wu rinascono nella memoria del nipote per diventare finalmente una storia universale.” (tratta dal sito dell’editore BeccoGiallo )

Autori

Matteo Demonte è il nipote di Wu li Shan, il protagonista del racconto biografico. E’ nato a Milano nel 1973, è studioso di lingua e cultura cinese, è stato allievo di Gong Fu tradizionale cinese presso la Ba Ji Shen Quan Hui Guandel maestro Zu Yao Wu e presso la scuola Wu Shu Guandel maestro Chang Zu Yao. Diplomato presso l’IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente), ha studiato calligrafia presso la Yunnan University di Kunming e cinese moderno presso l’istituto di Lingua e Cultura dell’Università di Pechino. Nel 2005, insieme a Ciaj Rocchi, ha fondato la GLK Film, un collettivo di videomaker e attori, con cui continua a collaborare a pieno ritmo.

Ciaj Rocchi, (Milano, 1976), dopo aver lavorato per anni nel mondo della comunicazione, nel 2005 ha fondato la Gurukula Film, e da allora è impegnata nella produzione di fiction, documentari, animazioni, in un processo creativo che va dalla scrittura alle riprese, dai costumi al montaggio. Per il resto del tempo è mamma e precaria nel mondo dell’editing video.

(Le notizie biografiche sono tratte dal sito di Fandango Editore )

Bibliografia

Primavere e autunni è la loro opera prima.

 

Link

Una recensione apparsa sul sito on line della rivista “Internazionale”

Un’altra recensione apparsa sul blog “Lo Spazio Bianco”

L’intervista all’autore trasmessa da Radio Popolare e ripresa dal blog dell’editore BeccoGiallo

 

Altro

Dare valore alle storie di vita: la consulenza autobiografica come pratica di accompagnamento e di cura

Che cos’è la consulenza autobiografica? Quali sono gli obiettivi di questo percorso? Per chi è adatto? Queste le domande a  cui questo articolo della dottoressa Cristina Paruta – che collabora con il Centro Divenire in qualità di Consulente in Scrittura Autobiografica Individuale ed Esperta in Metodologie Biografiche e Autobiografiche – proverà a rispondere.

Dare valore alle storie di vita: la consulenza autobiografica come pratica di accompagnamento e di cura

di Cristina Paruta

 

 

A volte la pagina bianca offre molte possibilità

(Jim Jarmusch)

La consulenza autobiografica è prima di tutto un incontro tra due persone, il consulente e il narratore, colui o colei che desidera raccontare di sé. La relazione si costruisce attraverso un dialogo, fatto di parole e di ricordi reciproci, che poi si trasformano in scrittura. E’ proprio la scrittura l’aspetto peculiare di questo percorso perché è lo strumento principale e l’obiettivo finale del percorso. La scrittura cambia la relazione perché attiva dei processi diversi da quelli prodotti dall’oralità, infonde un ritmo particolare, un rallentamento che induce alla sosta, all’indugio e permette al soggetto di ascoltarsi e di provare a raccontarsi da un nuovo punto di vista.

La consulenza autobiografica è un accompagnamento clinico, nel senso antico ed etimologico del termine1. Indica una postura particolare del consulente, un suo accostarsi, uno stare con la storia dell’altro, con un atteggiamento empatico e non giudicante. E’ questo stare con che definisce l’ approccio fenomenologico e asseconda il desiderio del narratore, affinché egli si senta non solo il protagonista ma anche l’artefice principale del suo percorso. Il consulente ha il compito di guidare l’esplorazione dell’esistenza del narratore, aiutandolo a dare forma alle emozioni che emergono durante la narrazione. In questo modo, ogni singola storia riacquista valore e dignità e al contempo ritrova una matrice comune. Il narratore sarà infatti condotto a scoprire i nuclei tematici ricorrenti, (l’amore, la perdita, il gioco, il lavoro) e a far riaffiorare gli episodi più significativi di ogni esistenza.

L’obiettivo della consulenza autobiografica è quello di condurre il narratore a scrivere di sé, favorendo il passaggio dall’oralità alla scrittura, ossia dal pensiero alla pratica autobiografica. Il percorso, che ha una durata concordata di dieci, quindici incontri, si conclude infatti con la scrittura di un racconto autobiografico che potrà assumere le forme più diverse – memoriale, diario, epistolario, cronaca, romanzo dell’io, romanzo di figure…. – per adattarsi ai desideri dell’autore e del protagonista principale delle vicende narrate.

Tutti possono intraprendere questo percorso, in ogni stagione della vita, ma esso diventa diventa particolarmente efficace nei momenti di fragilità esistenziale. Esso non si occupa di disagio psicologico2 ma può essere un percorso di affiancamento al lavoro psicoterapeutico e diventare uno strumento di aiuto, rielaborando in modo creativo alcuni temi significativi. Può essere una porta di accesso al percorso di cura, perché per costruire il proprio testo è necessario prendere contatto con i propri desideri e fare emergere le latenze. Può essere infine una preziosa conclusione del tragitto terapeutico perché tiene traccia ed evidenzia gli apprendimenti, le svolte e le trasformazioni personali.

In questo approccio la scrittura non è solo uno strumento ma anche una “pratica di cura” perché la narrazione apre sempre nuove possibilità.

Dare valore alle storie di vita significa, di conseguenza, mettere al centro del percorso di cura l’immaginazione, sollecitare la memoria e l’emersione dei ricordi lontani o dimenticati, sostenere la riscoperta dei saperi perduti e fare spazio all’io narratore che ci abita senza dimenticare la dimensione estetica nella nostra esistenza. Ciò che è bello, diceva Platone, è anche buono.

1(Clinico, deriva dal greco Klinikos, che si fa presso il letto del malato)

2(Scrittura clinica – Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali, Duccio Demetrio, Raffaello Cortina, 2008)

Altro

Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

Partendo dalla sua storia, formativa e professionale,  Francesca Scarano, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento bioenergetico del Centro Divenire, racconta di metodologia e pratica dell’ Analisi Bioenergetica. 

Di seguito il testo dell’articolo:

Bioenergetica: un sentiero profondo di guarigione e rinascita

di Francesca Scarano

 

 

 

Come ho scoperto la Bioenergetica

Intrapresi la mia formazione in psicoterapia Bioenergetica, circa tredici anni fa. Fui attratta da questo approccio a seguito della lettura del libro “Il corpo non mente”, scritto dal prof. Luciano Marchino (analista bioenergetico e fondatore dell’approccio somato-relazionale) che poi divenne il mio maestro. Con la Bioenergetica fu amore a prima vista, anche se ai tempi, giovane e acerba, ero mossa dall’ideale di fare la psicoterapeuta molto più che dalla seria intenzione di guardare le mie illusioni, far cadere le mie maschere, mettermi realmente a nudo e ricominciare a sentire sul serio…paura, vuoto, gioia, rabbia, dolore, piacere e dispiacere e chi più ne ha più ne metta. Ci ha pensato il mio terapeuta, con tanta indulgenza, accoglimento e pazienza a portarmi ogni volta laddove io opponevo resistenza ad andare, lentamente, dolcemente, profondamente…per citare uno dei suoi motti. MI sentivo ogni volta tirata giù, con i piedi in terra e dentro la verità presente al mio interno, qualunque essa fosse. Spesso era difficile da accettare, faticosa da attraversare. Ma poi mi accorgevo che dopo ogni riattraversamento profondo diminuiva la paura di sentire e aumentava la fiducia che questo era possibile senza che accadesse nulla di catastrofico. Più toccavo questioni “calde” al mio interno più sgorgava una nuova energia, una nuova visione di me e degli altri, germogli di una strana gioia, di un piacere nuovo. Sentivo che per quanto la strada da percorrere fosse frastagliata, per quanto ogni tanto dicessi a me stessa: “ Ma chi me lo ha fatto fare?”, oppure “ Non c’è un modo per tornare indietro o scappare?”, (interrogativi che tra l’altro sento presenti oggi nei miei pazienti … e come non comprenderli!), valeva la pena fare tutta quella fatica. Il premio era di volta in volta sentirmi più viva e presente a me stessa, più connessa e aperta realmente agli altri ( e dico realmente perché ho toccato con mano la differenza tra fare “quella aperta” ed esserlo davvero) e man mano, pezzo più difficile, più autentica, nonostante credessi di esserlo già prima ( altra illusione). Insomma, quell’inverno di tredici anni fa, quando approdai alla Bioenergetica non potevo sapere quanta fatica avrebbe richiesto riattraversare i più oscuri e bui luoghi dell’anima ma non potevo nemmeno lontanamente immaginare lo straordinario percorso di rinascita e di crescita che mi avrebbe donato. E’ stato davvero un po’ come ripartorire me stessa. Il processo di ricerca e di scoperta di me, seppur non più con la guida di un terapeuta ma con il mio terapeuta interno che mi fa da guida è a tutt’oggi in corso e credo lo sarà finché avrò vita. L’insaziabile ricerca della mia verità credo mi dia la possibilità di guidare i miei pazienti con fiducia alla ricerca della loro. Posso portarli solo dove io sono già stata.

Che cosa è l’Analisi Bioenergetica?

Ma cos’è l’ Analisi Bioenergetica e soprattutto cosa accade nella stanza di terapia, quel luogo in cui il paziente avvia il suo coraggioso cammino nei suoi più profondi sentieri interiori guidato dal suo terapeuta?(Terapeuta che, ci tengo a specificarlo, non ha nessuno degli idealizzati poteri che a volte gli vengono erroneamente attribuiti, ma semplicemente ha percorso quei sentieri prima del suo paziente e sa, o dovrebbe, sapere molto bene dove e come condurlo nel suo percorso di esplorazione interiore.)

La psicoterapia Bioenergetica affonda le sue radici in un fondamentale principio: il corpo rivela molto di noi, della nostra storia passata e del nostro modo di stare al mondo. E soprattutto il corpo non mente ed è uno stupefacente disvelatore di verità sul nostro conto. Nelle parole di Alexander Lowen, fondatore di questo approccio: “L’analisi bioenergetica è un approccio che integra il corpo nel processo analitico, perché il corpo è la persona. Qualunque problema presente nella personalità quindi si manifesta sia nell’espressione corporea che nell’espressione psicologica. Questi problemi posso essere individuati in modo accurato a partire proprio dalla motilità del corpo se si è in grado di leggerne il linguaggio. Il corpo inoltre contiene la memoria di ogni esperienza che la persona abbia attraversato, pertanto è possibile leggere la biografia di una persona a partire dalla struttura dinamica del suo corpo. Da un punto di vista teorico possiamo affermare che ogni esperienza vissuta si struttura nel corpo delle persone così come nella loro mente.”

Dunque questo grande maestro ci ha insegnato che la nostra biografia, così come i nostri traumi e le ferite che ci portiamo dentro sono scritte nelle nostre mappe psico-corporee. Di conseguenza in quelle stesse mappe è presente un enorme potenziale di guarigione.

Possiamo guarire nel momento in cui riprendiamo un contatto profondo con i luoghi interiori in cui ci siamo “ammalati” e consentiamo a noi stessi di portare una piena consapevolezza a ciò che accade nel nostro corpo e nelle nostre emozioni. Questo richiede una disponibilità da parte nostra a diventare più intimi con il nostro mondo interno e ad entrarci in relazione con un atteggiamento di amorevole accoglienza, scevro di giudizio, pretesa, forzature. E poi richiede un altro ingrediente fondamentale: il coraggio di ritornare a sentire, il coraggio di riaprire le porte all’ascolto della propria vulnerabilità e il poter trasformare quest’ultima da luogo di minaccia ad oceano infinito di risorse e potenzialità. Tali risorse sono naturalmente presenti in ciascuno di noi, ma spesso soffocate dai muri che abbiamo eretto per difenderci da antiche emozioni intollerabili per noi o non accolte, accettate e sostenute dall’ambiente circostante. Queste strategie di difesa che in passato ci sono state utili e forse ci hanno salvato la vita hanno una serie di effetti limitanti sulla nostra vita: riducono le nostre possibilità di incontrare davvero gli altri e di amare, riducono la nostra capacità di cambiamento perché ci irrigidiscono in visioni cristallizzate di noi stessi, degli altri e della realtà circostante, distorcono la nostra percezione. Le nostre difese ci proteggono ma al contempo ci opprimono e ci rendono schiavi di automatismi poco funzionali che guidano i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro comportamento precludendoci ogni possibilità di scelta. “ Non riesco Mai a dire quello che penso”, Non riesco MAI a dire di no “ Mi sento SEMPRE inadeguata e giudicata da chiunque”, “ Mi arrabbio SEMPRE anche quando non vorrei”, “ La amo ma non riesco a dimostrare ciò che ho dentro” , “ Non lo amo più ma non riesco a stare né con lui né senza di lui”, “ Vorrei lavorare di meno ma non riesco, sono risucchiato in un vortice, è più forte di me”, sono solo alcuni degli esempi di frasi riportate dai miei pazienti, che raccontano di quanto il “pilota automatico” contenuto nei muri difensivi abbia preso il sopravvento nelle loro vite. Questi muri, nella visione dell’Analisi Bioenergetica, hanno una precisa identità psico-corporea e ad ogni muscolo cronicamente contratto corrispondono antiche emozioni intrappolate che finché permangono nel regno dell’inconscio e non vengono riportate in coscienza continueranno a derubarci di energia ( devo utilizzare molta energia per tenere le mie spalle cronicamente tese verso l’alto in modo da difendermi dall’accedere ad una intensa e antica rabbia e ne investirò altrettanta per intrappolare in uno stato di contrazione cronica il mio diaframma in modo da non sentire vecchie e insopportabili paure, o la zona del torace per non entrare in contatto con il dolore del cuore, etc ) e a limitare la nostra possibilità di muoverci nel mondo in maniera funzionale, autentica e spontanea.

La Bioenergetica in pratica

Nella terapia bioenergetica è proprio dal lavoro sul corpo che si parte per lasciare pian piano cadere questi muri, sciogliere i propri blocchi e avviare un processo di decondizionamento da vecchie abitudini psico-neuro-muscolari che abbiamo fatto nostre tanto tempo fa e che si sono poi radicate in noi attraverso la ripetizione e l’abitudine. Man mano i blocchi si dissolvono è possibile sperimentare un nuovo sentire, il nostro sistema si riorganizza e diventa in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi! La mobilizzazione corporea e del respiro, cosi’ come l’utilizzo della voce e dell’espressività emotiva, strumenti cari all’Analisi Bioenergetica, vanno a schiudere le casseforti corporee in cui sono rimaste intrappolate antiche emozioni rimosse. Le emozioni emergenti, accompagnate dalla consapevolezza del processo in corso e dalla ricerca di senso della relazione tra ciò che sta accadendo nella stanza di terapia e la storia del paziente consentono la creazione di rinnovate connessioni tra mente, corpo ed emozioni. Si creano così nuovi sentieri nel nostro cervello che inevitabilmente portano ad un cambiamento nel nostro modo di “abitare” noi stessi e il mondo esterno. Sciogliere un conflitto somatizzato in una tensione psico-neuro-muscolare implica l’affrontare una sofferenza, che può manifestarsi a livello corporeo, psicologico o a entrambi i livelli. Per andare oltre questo dolore e riapprodare ad un’area di benessere interno, di pacificazione, non possiamo far altro che, in primis accettare ciò che arriva ed accoglierlo così com’è senza giudicare o opporre resistenza a ciò che sta riaffiorando, lasciarlo accadere. In secondo luogo affrontarlo, “entrarci dentro”. Lasciandolo fluire al nostro interno quel vissuto di rabbia o angoscia o dolore o paura si dissolverà e con esso il conflitto che quelle emozioni negate si portavano dietro (con tutte le annesse conseguenze nei nostri pensieri, emozioni e nel nostro comportamento)

Man mano questo processo va avanti, la persona che ne è protagonista, può sperimentare la sensazione di riappropriarsi di parti di sé che erano “congelate”, di pezzi della propria identità che erano come scissi dalla personalità. Sente di respirare in modo più ampio e fluido, si sente più “intera” e inizia a ricontattare una vitalità, una gioia ed un potenziale energetico smarrito tanto tempo fa. Malessere e benessere, dolore e gioia si palesano come due lati di una stessa medaglia. Direttamente annodati ai fili del nostro vissuto negativo ci sono la grazia, la gioia e la vitalità che in origine erano presenti al nostro interno prima di sperimentare condizionamenti ambientali negativi e/o traumatizzanti. Se ci diamo il coraggioso permesso di incontrare quelle zone d’ombre ritroveremo anche la luce, in una fluida danza in cui ci concediamo di stare di volta in volta con quello che c’è dentro di noi. Kahlil Gibran ci offre questa perla che io trovo molto vera: “Quando siete felici guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia”.

In sintesi più sperimentiamo la possibilità di accogliere l’intera gamma dei nostri sentimenti più acquistiamo “grounding”, principio fondante dell’Analisi Bioenergetica loweniana. Il termine grounding, che significa radicamento, sta ad indicare, oltre che una precisa postura del corpo che favorisce un maggiore contatto con il proprio sentire e l’approfondimento di un appoggio saldo e sensibile dei piedi al suolo, una posizione esistenziale di presenza consapevole e di connessione energetica profonda con se stessi e con il mondo circostante. Nel lavoro con i suoi pazienti Lowen si accorse che tanto più le persone avevano un appoggio poco solido al terreno, tanto più erano abitate da insicurezza e sfiducia nel poter ricevere sostegno dalla vita e dagli altri. Si rese conto che l’origine di tali vissuti era direttamente correlata ad una mancanza di sostegno, nutrimento affettivo, supporto al proprio Sé autentico sperimentata nei primi anni di vita, nella relazione con le proprie figure affettive di riferimento. Dice Lowen: “ La propria casa è il proprio corpo. Non essere connessi in modo sensibile con il proprio corpo vuol dire essere uno spirito disconnesso che fluttua attraverso la vita senza alcun senso di appartenenza. Tutti i pazienti con cui ho lavorato, sentono in misura maggiore o minore, questa separazione e solitudine, è un modo di essere tragico. L’obiettivo del mio lavoro terapeutico è aiutare le persone a ritrovare il loro senso di connessione con la vita e con gli altri, e radicarsi è l’unico modo per farlo. “

Cosa succede nella stanza della terapia?

Prima di ricevere un paziente che arriva in studio da me per chiedermi aiuto su qualsivoglia problematica, mi occupo di me. Lavoro sul corpo e sul respiro attraverso la pratica Bioenergetica, cerco di approfondire il più possibile il mio radicamento e di sciogliere eventuali tensioni interne che potrebbero interferire nella mia sintonizzazione con lui o lei. Infine mi occupo di lavorare sull’apertura del torace in modo da poter accogliere chi sta per entrare con un cuore il più possibile aperto. Sento questo rituale preparatorio particolarmente importante, perché in ogni seduta, il mio corpo e le mie emozioni diventano una cassa di risonanza di ciò che succede a chi sta seduto di fronte a me. Più mi sento, più riesco a sentire l’altro. Più lo sento e rimando ciò che dall’altro mi arriva, più lui si sente profondamente colto e riconosciuto nei suoi vissuti…e un primo livello di cura ha già inizio. Molte problematiche psichiche sono frutto di mancate sintonizzazioni, di fratture nella connessione relazionale e dell’interiorizzazione di tali modelli relazionali patologici. Gli studi dell’Infant Research e in particolare dello psicoanalista Daniel Stern ci ricordano infatti che sulla base delle sue primissime interazioni il bambino costruira’ i modelli di esperienza soggettiva interna e di relazione che costituiscono le rappresentazioni mentali di se’ e dell’altro.In tal senso so quanto la relazione che intercorre momento per momento tra me e il mio paziente, al di là di qualsiasi tecnica utilizzata, sia fondamentale nel processo di guarigione e me ne prendo cura. Sperimentare una relazione più sintonica e funzionale, rispetto a quelle esperite nella propria infanzia, ha un potente effetto riparatore. Questa nuova relazione, per essere efficace e realmente terapeutica, deve essere in primis autentica perché come ci ricorda Erich Fromm “la relazione psicoterapeutica non deve essere un’educata conversazione o una chiacchiera da salotto ma deve avere il carattere dell’immediatezza: lo psicoterapeuta non deve mai mentire, né cercare di compiacere o impressionare. Deve restare se stesso, il che significa che deve avere lavorato con se stesso”. Quando parlo di autenticità mi riferisco ad una qualità essenziale che è necessario che il terapeuta coltivi per far si che l’incontro con il paziente avvenga in una dimensione di verità e per fungere da modello per il paziente stesso: l’arte della congruenza.Sono congruente se quello che sento, quello che penso e ciò che dico e faccio sono in armonia tra loro. Quindi ciò significa che non fingo di ascoltare, ma che per quanto possibile mi sintonizzo davvero a livello emotivo e corporeo con chi ho di fronte. E’ come se io diventassi una cassa di risonanza che mi permette di vibrare in relazione a ciò che accade dentro al mio paziente. Ciò che io sento nel corpo e a livello emotivo di fronte a quella persona, sono una preziosa bussola per empatizzare con il suo stato interno. Quindi non solo vedo ciò che fai, ma sento ciò che tu senti e se necessario e utile al processo ti rimando il tipo di pulsione, ritmo, attivazione corporea ed energetica, vissuto emotivo che percepisci internamente o ti guido nell’osservarlo più da vicino. Le più recenti scoperte neuroscientifiche, attraverso la teoria dei “neuroni specchio” hanno tra l’altro ormai legittimato l’esistenza di meccanismi fisiologici sottostanti l’empatia. I neuroni-specchio sono situati nella corteccia premotoria, che è l’area deputata al movimento e sono correlati al sistema limbico, area del cervello correlata alle emozioni. Secondo tali teorie esistono dei neuroni che non solo si attivano quando vediamo qualcuno compiere un determinato comportamento ma anche quando osserviamo una persona provare emozioni. Quindi permettono di portare l’esperienza dell’altro al nostro interno come se ciò che lui vive stesse accadendo a noi. Pertanto, ciò che sento nel mio corpo e ciò che provo di fronte al mio paziente rappresentano utili indicatori ai fini della diagnosi ma anche della cura. Lui sente che io sento. Ogni volta che questo accade vedo gli occhi della persona che ho di fronte riempirsi di lacrime e alla mia domanda: “Cosa ti commuove in questo momento?”, la riposta molto spesso è la stessa: “Quando ero piccolo nessuno mi ha mai guardato così, nessuno si accorgeva o si preoccupava di ciò che io provavo. Il fatto che tu cogli ciò che sto sentendo, che te ne prendi carico e cura, che ti emozioni insieme a me…ecco, si, i tuoi occhi lucidi in questo momento… da una parte mi turbano, perché è un’esperienza totalmente nuova, si ecco, forse mi spaventa anche un po’, ma dall’altra sento che qualcosa si scioglie profondamente dentro di me”. La presenza apre il vuoto dell’assenza. La possibilità di esplorarlo e al contempo di ricevere nella stanza di terapia risposte diverse, più empatiche, funzionali e sintoniche rispetto a quelle ricevute in passato fa si che accadano cose nuove. L’emozione spiacevole che riaffiora all’inizio fa molto male ma il poterla rivivere e il poter accedere ad un diverso sguardo che offre presenza, attenzione e partecipazione agisce da balsamo cicatrizzante che man mano lenisce e cura la ferita.Ma facciamo un passo indietro e torniamo un attimo a quando il paziente arriva. Uno dei grandi supporti clinici e diagnostici per noi terapeuti bioenergetici è la lettura del corpo. Una co-lettura oserei definirla, che prende spunto non solo da ciò che io osservo ma anche e soprattutto da ciò che il paziente legge di sé e dentro di sé attraverso la mia guida. Mentre la persona condivide con me il suo problema, cerco di tenere in ascolto entrambi i miei emisferi cerebrali, e quindi di comprendere ciò che mi dice e avviare una riflessione su ciò che mi porta, di osservare dove il suo respiro si blocca, quali parti del corpo sono contratte e bloccate, tenute in su o in dentro, espanse in fuori , cosa comunicano i suoi occhi ma cerco anche di sentire ciò che più in generale mi arriva da quella persona. Provo ad ascoltarlo con il cuore e a sintonizzarmi con il messaggio contenuto nell’emozione intrappolata nelle sue tensioni corporee e nelle costrizioni del suo respiro. Spesso colgo delle frasi che affiorano intuitivamente al mio interno come se percepissi la voce di quell’emozione: ad esempio, “ Perché sei andata via?” , “ Dov’eri quando avevo bisogno di te?”, “ Mi vedi? Guardami per favore! Guardami!!!”, “Perché mi accetti solo se sono come tu mi vuoi? Perché mi soffochi?” e così via. Frasi che raccontano del bagaglio di ferite emotive con il quale il paziente si presenta in studio e alle quali ha un estremo bisogno di ridare voce e diritto di esistenza. Capita spesso che lui non ne abbia consapevolezza e il mio lavoro è quello di aiutarlo a far riemergere questo materiale emotivo sommerso e poi sostenere un’elaborazione di senso e un’integrazione di ciò che accade in relazione alla sua biografia. Osservando come si muove la pulsazione vitale al suo interno e in quale parte del corpo si crea un blocco posso in modo delicato accompagnare il paziente a dirigere la sua attenzione consapevole verso ciò che gli sta accadendo e domandargli: “ Cosa stai sentendo? In quale parte del corpo lo senti?”. Già portare attenzione avvia un primo cambiamento di stato. “Te la senti di provare ad entrare più in profondità in questo vissuto?”. A questo punto posso proporre al paziente un’attivazione corporeo-esperienziale che gli consenta di “scendere” e calarsi maggiormente nella sua esperienza interna. A tal proposito L’Analisi Bioenergetica offre un esteso repertorio di tecniche corporee, che utilizzano il movimento, il respiro, l’espressività emotiva, la voce, il lavoro di mobilizzazione oculare che se grazie all’intuito e alla sensibilità del terapeuta vengono utilizzate in modo appropriato, al momento opportuno e in una buona cornice relazionale, possono contribuire ad esplorare e far ritornare in coscienza antiche “storie emotivo-corporeo-relazionali”. Quando queste “riaperture” si verificano oltre che potenziare la connessione tra terapeuta e paziente consentono man mano di “ri-scrivere” vecchie connessioni neuronali o crearne di nuove. La guarigione procede dunque attraverso la riscoperta della percezione corporea ed emotiva e non attraverso uno sforzo di volontà. Lasciando parlare ancora Lowen: “C’è un processo di cambiamento che avviene dall’interno e non richiede sforzi coscienti. E’ chiamato crescita e migliora l’essere. Non è qualcosa che si può fare: quindi non è una funzione dell’Io ma del corpo”. Ritengo che tale risveglio emotivo e corporeo possa accadere solo nella cornice di una relazione terapeutica in cui il paziente possa sentirsi visto con uno sguardo autenticamente presente, affettuoso, accogliente e non giudicante. La mera applicazione di tecniche non cura, ma cura l’utilizzo delle tecniche a supporto del processo psico-corporeo in atto dentro una relazione correttiva “sufficientemente buona”, per dirla alla Winnicott ( psicoanalista inglese che approfondì tra le altre cose il tema della relazione madre-bambino) in cui il paziente senta il diritto di poter esistere davvero per quello che è e in cui circoli una comunicazione che viaggia da cuore a cuore.

Se io ti vedo tu ti senti esistere, se ti senti esistere ti liberi, ti sciogli e ti illumini. E la tua energia che si libera nutre la mia.

Grazie a tutti i miei pazienti che mi danno il privilegio di essere testimone della riscoperta della loro luce, di commuovermi davanti ad ogni momento di rinascita della loro bellezza e di nutrirmi ogni volta con stupore del sacro splendore di questo processo.

Bibliografia

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